Di Direttivo di Comunità solidale Parma Odv
È da poco terminato il mese di maggio dedicato al tema dei «caregiver» cioè i «portatori di cura» ai propri familiari. All’interno dell’associazione di volontariato Comunità solidale Parma (dedicata in particolare al sostegno della medicina generale territoriale del quartiere San Leonardo) c’è stata, in questo periodo, l’occasione di riflessione sulla dinamica sociale che, pur esistendo da sempre (Luigina Mortari la definirebbe ontologica), recentemente ha manifestato un cambiamento diffuso inatteso.
Quando si parla di assistenza familiare, l’immagine tradizionale riporta a una donna adulta che si prende cura di un genitore anziano, di un coniuge malato o di un familiare non autosufficiente. Esiste però una realtà meno scontata che sta assumendo, anche nella nostra città, dimensioni sempre più rilevanti: quella dei giovani «caregiver», ragazzi e ragazze che dedicano una parte significativa della propria vita quotidiana alla cura di un familiare fragile. (vedi lo studio «Rapporto dell’Osservatorio Long Term Care» del Cergas – Sda Bocconi che ha raccolto dati relativi del biennio 2017-2018 in merito alle terapie croniche in seguito analizzati dall’Istat e pubblicati poi nel 2022; la ricerca «Giovani caregiver: la sfida della cura tra le generazioni», 2023, eseguita dall’Università Cattolica di Milano; il Ddl n. 2789 attualmente in discussione alla camera è denominato: «Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari»). I dati riportati da queste indagini sono, a dir poco, impietosi e anche ampiamente sottostimati, dal momento che molti «caregiver» non si definiscono o si riconoscono come tali: stimano 7 milioni di caregiver familiari in Italia (senza contare 1 milioni di caregiver professionali più conosciuti come «badanti» inquadrati normativamente da contrattazione collettiva). I giovani e giovanissimi potrebbero essere 400.000.
Adolescenti o giovani adulti che accompagnano un genitore alle visite mediche, aiutano un nonno o un bisnonno nelle attività quotidiane, gestiscono incombenze domestiche o forniscono sostegno emotivo a persone affette da patologie croniche disabilitanti; si tratta di un impegno spesso silenzioso (Ivan Illich, Gender, 1982), vissuto all’interno delle mura domestiche e raramente riconosciuto dalle istituzioni, dalla scuola e persino dai servizi sanitari ma che comporta importanti implicazioni sociali, educative e sanitarie. Non è un fenomeno casuale. È il risultato di profonde trasformazioni demografiche, sociali ed esistenziali che stanno modificando il modo (cioè la cultura) in cui la cura viene organizzata all’interno delle famiglie.
È l’età dell’«epidemia della cronicità». La maggior parte delle famiglie sono mononucleari e sempre meno componenti possono condividere o dedicarsi alle cure. Le reti informali gratuite sono diminuite di molto. Tutto questo complica enormemente ciò che in passato contribuiva spontaneamente a distribuire il carico assistenziale. In questo contesto, figli, nipoti (e pronipoti) assumono frequentemente compiti che fino a pochi decenni fa sarebbero stati svolti da adulti o da una rete famigliare/informale più ampia. Quella del giovane «caregiver» non è più una figura eccezionale, ma una presenza destinata a diventare sempre più comune nella società contemporanea. Così come possono convivere nello stesso tempo bisnonni, nonni, genitori, figli e nipoti che creano una stratificazione sociale che potrebbe non essere esente da conflittualità intergenerazionali.
Molti giovani che si prendono cura di un familiare non si definiscono «caregiver». Si considerano semplicemente figli, nipoti o fratelli che fanno ciò che è necessario per aiutare la propria famiglia. Proprio questa normalizzazione rende il fenomeno particolarmente difficile da individuare.
Le attività assistenziali domiciliari/famigliari svolte possono apparire inizialmente modeste: ricordare la terapia farmacologica a un familiare, accompagnarlo agli appuntamenti sanitari, aiutarlo nelle faccende domestiche o fornire compagnia e supporto emotivo. In certe situazioni, tuttavia, il coinvolgimento diventa molto più intenso e con questo anche la responsabilità che può diventare molto gravosa e superiore quanto la loro età auspicherebbe. Quando il peso della cura diventa particolarmente gravoso, il rischio è che vengano compromessi aspetti fondamentali della crescita e del benessere personale.
Tra gli effetti più frequentemente osservati figurano livelli elevati di stress psicologico, sintomi ansiosi, depressivi, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, isolamento sociale e una riduzione del tempo disponibile per lo studio, lo sport e le relazioni con coetanei. In alcuni casi possono manifestarsi sindromi di esaurimento emotivo assimilabili al burnout assistenziale. Tuttavia, alcuni giovani «caregiver» sviluppano anche competenze relazionali, capacità organizzative, empatia e senso di responsabilità che possono rappresentare importanti risorse per la vita adulta.
La differenza è determinata soprattutto dall’equilibrio tra il livello di impegno richiesto e le risorse di supporto disponibili. Questo sostegno dovrebbe prevenire il carico assistenziale che eccede le capacità dei giovani «caregiver» pena l’aumento significativo del rischio che la cura diventi un fattore di vulnerabilità anziché un’esperienza di crescita (stanchezza persistente, frequenti assenze scolastiche, difficoltà emotive, isolamento sociale).
Tra le figure professionali che possono contribuire a far emergere questa realtà tutt’oggi invisibile c’è il medico di medicina generale che occupa, in questo frangente, una posizione privilegiata. A differenza di altri operatori, il medico di famiglia conosce spesso i membri dello stesso nucleo familiare e osserva nel tempo l’evoluzione delle condizioni di salute delle persone assistite e di coloro che si prendono cura. Questa prospettiva gli consente di cogliere non solo la malattia del paziente, ma anche le conseguenze che essa produce sull’intero sistema familiare e in particolare dei giovani «caregiver» intuendo, eventualmente, una situazione di bisogno di aiuto.
Considerare questi aspetti non rappresenta solo un tema di giustizia sociale ma è un concreto investimento sulla salute futura di una comunità. (Riferimento: Z. Baumann, Modernità liquida. 2011).
La circostanza dei giovani «caregiver» ricorda una verità semplice ma spesso dimenticata: la salute non è mai una condizione esclusivamente individuale. Ogni esperienza di malattia genera una rete di relazioni, responsabilità e sostegni reciproci. Riconoscere chi cura significa riconoscere questa interdipendenza e comprendere che il benessere di una comunità dipende anche dalla capacità di sostenere coloro che, spesso nell’ombra, si prendono cura degli altri.
Direttivo di Comunità solidale Parma Odv
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