Gentile Direttore,
tempestivo e puntuale è stato il sunto, da lei elaborato il 22 di Aprile su QS, relativo all’ultimo documento pubblicato dall’Agenas. Negli ultimi anni il tema delle CdC (ingigantito e di molto sopravvalutato) ha fagocitato il dibattito culturale sull’innovazione territoriale. Ogni possibile alternativa, probabilmente molto più funzionale alla “prossimità’” e ad un’illuminata distribuzione delle risorse, è stata soffocata.

Alcuni studiosi sostengono che altre opzioni avrebbero posto rimedio ai molteplici bisogni territoriali attuali riportando così il SSN nella scia del prestigioso Servizio Sanitario Nazionale nato dalla legge 833/1978. Tuttavia, dotti e sapienti sono nati tutti in un colpo, dopo la pubblicazione del PNRR, come i prugnoli in questo periodo, sgomitando a destra e a sinistra.

I guai originano proprio dal frutto proibito; infatti, mai è stato messo in discussione (e quindi pensato e falsificato scientificamente) l’obbrobrio della orrenda e maldestra traduzione del termine “prossimità’” dell’UE con la “Casa della Comunità & correlati”. Un fiume di inchiostro è stato così versato da coloro che si sono auto-referenziati come “esperti di fatto” riuscendo a suggestionare documenti, accordi e ad influenzare numerosi operatori ingenui. Anche il mite Schillaci, stremato dall’esperienza di dover confrontarsi con le labirintiche regioni, forse stanco di salir e scendere le altrui scale ben protette e garantite dal Titolo V, ha optato, con il prossimo Decreto-legge previsto a giorni, per una soluzione relativamente semplice, drastica, verticistica cioè quella della dipendenza dei mmg agognata da anni dalle regioni. Il fine è quello di incrementare l’ambito di influenza delle regioni stesse sui dipendenti (panem et circenses), ma soprattutto di ampliare il bacino di consensi da utilizzare al momento opportuno.

Quando, nonostante tutto, si sostiene un sistema verosimilmente fallimentare (CdC) perché tutti ormai sono consapevoli che è già ora (2026) di iniziare a restituire il prestito alla UE, sembra che le istituzioni abbiano più a cuore il neo-liberalismo e il consumismo (aziendale) che il bene-essere delle persone.

Ora la stessa Agenas tenta, inutilmente e con un ritardo clamoroso, di incrinare un’infinità di luoghi comuni, cliché e banalità, purtroppo condivise in ambiti inattesi (come quelli delle associazioni intermedie), riportate poi negli ACN, negli AIR e nelle intese locali dove la professione medica ne esce profondamente umiliata e impoverita.

Il documento Agenas palesa una realtà ineludibile per coloro che da anni dibattono sul riordino delle cure primarie: il re è ancora tutto nudo, mostra le proprie vergogne ed è essenziale/urgente (dopo DM77, ACN, AIR di vario tipo, contrati aziendali ecc.) reinterpretare da capo quel poco che rimane di recuperabile. Nel teatro greco il deus ex machina entrava in scena quado la trama non riusciva più a dipanarsi; allo stesso modo, Agenas diffonde un nuovo atto di indirizzo. Ma l’Agenzia non è la stessa del faraonico “metaprogetto” del 2022? Non è quell’ufficio che supporta i servizi sanitari nazionali e regionali anche per quel che riguarda gli ACN, gli AIR e altri provvedimenti amministrativi?

Il dato politico-istituzionale è rilevante: quando un ente tecnico centrale tenta di mettere ordine su concetti tanto basilari accentua la fragilità delle norme e delle certezze pregresse carenti proprio di aspetti organizzativi-professionali di valore. È un sintomo di evidente difficoltà programmatoria nel tradurre richieste e bisogni sociali in modelli coerenti e durevoli. L’inadeguatezza delle normative contrattuali e il loro intrinseco neo-liberalismo consumistico emergono soprattutto quando concentra benefici nelle mani di pochi, penalizzando i più.

Le CdC adottate in fretta e furia universalmente come strategico investimento in conto capitale “son men che niente” se, l’idea di prossimità, non ha coerenza con i bisogni sociali. L’ossessione delle misurazioni e dei monitoraggi può essere risolta facilmente da un semplice computer nemmeno tanto moderno. Sono l’integrazione, il rispetto (eventualmente delle aziende verso i professionisti) e la fiducia ad essere “difficili” da misurare, sono complessi!

Come se non bastassero il DM77 (tanto celebrato) l’ACN e AIR, le linee di indirizzo dell’Agenas arriva anche il Disegno di Legge del Ministero della Salute che ripropone l’ineffabile idea della dipendenza per i professionisti della medicina generale. Sia chiaro da subito, non sarà una norma per tutti ma, già si prevede, un doppio binario, un po’ qui e un po’ là. Un po’ nelle CdC e un po’ senza CdC, Un po’ con ruoli e funzioni e un po’ senza più le medicine di gruppo/aggregazioni territoriali (dette ora équipe) o le AFT. Un po’ con preoccupanti debiti orari, un po’ con un monte ore professionale che supera di molto le illusorie 38 ore settimanali. Per carità, sono orientamenti tecnici, perché, per il resto, è pacifico che nei territori non stiano avvenendo, con la sigla di accordi locali fortemente sponsorizzati dalle aziende, disastri professionali ed assistenziali.

Tuttavia il SSN da tempo disponeva, al proprio interno, di un modello di organizzazione e di integrazione multiprofessionale, multidisciplinare, orientato alla presa in carico. Tali risorse culturali organizzative e operative non sono mai state assunte come paradigma generale per la riforma della medicina generale territoriale e la loro marginalizzazione costituisce uno dei più gravi errori strategici nei confronti della cronicità. La tendenza “modaiola” e il pensiero unico relativo alla CdC ha, di fatto, portato ad intendere che il SSN dovesse inventare da zero nuove forme di lavoro integrato palesando così la mancata capacità istituzionale di riconoscere e valorizzare ciò che il sistema ha al proprio interno (SerDP).

A cosa serve il monitoraggio se il sistema non è maturo per osservare, comprendere, rafforzare, diffondere?
A cosa serve il debito orario se il concetto di “prossimità” resta una produzione burocratica/governamentale e non un concetto culturale formato da numerose dimensioni (accessibilità, continuità, integrazione, personalizzazione)?

Numerose volte si è argomentato sul significato culturale dei termini équipe e team.

Nelle équipe competenze diverse convergono verso un risultato lineare tecnico preciso, come capita nelle équipe chirurgiche che agiscono quasi al pari di un soggetto collettivo stabile che condivide le responsabilità. Nel team si bada di più al metodo, alla performance, ai processi, agli obiettivi. Insomma, nella medicina generale territoriale si affrontano più problemi complessi interdipendenti e mutevoli. La dimensione clinica si intreccia in modo paritario con fattori sociali, cognitivi, funzionali, ambientali e relazionali.

La linea di demarcazione verrebbe comunque annullata da un’abolizione della convenzione della medicina generale in favore di una dipendenza, in quanto un’azienda può in autonomia definire un processo con termini, definizioni, coordinatori e leadership nominati.

Se una agenzia come l’Agenas ha sentito la necessità di ribadire alcuni concetti di prossimità e di presa in carico significa che, forse, nei documenti pregressi (ACN, AIR, DM77…) qualche cosa di sostanziale deve essere sfuggito… Infatti il documento termina con un richiamo al “team” working. Forse nel concetto di équipe e di leadership a “geometrie variabili” può fare intuire una deregulation in merito alla responsabilità ontologica di chi ha la cultura di prendersi cura?

 

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

Bruno Agnetti

27 Aprile 2026

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