L'altra prossimità

L'altra prossimità

Gentile Direttore,
sia concesso che il primo capoverso di questo contributo contenga un pensiero rivolto ad Edgar Morin. Senza pensare di compiere una irriverenza ci chiediamo se, anche Edgar, avrà pensato, come è capitato al Grande Capo Indiano Old Lodge Skins (Vecchia pelle di tenda), che il 29 maggio 2026 fosse un buon giorno per morire…lasciandoci tutti stupefatti perché ancora lì, in attesa, anche di un solo pensiero che potesse illuminare, con i suoi fenomeni emergenti imprevedibili, impensabili, scintillanti i nostri sistemi umani, più che umani e sempre più complessi. Un buon viaggio, caro amico.

Più volte abbiamo avuto l’occasione, grazie a QS, di affrontare il tema della prossimità: un principio di vicinanza curativa alle persone che ha “molti modi di abitare i molti mondi”.

A suo tempo si è argomentato sul fatto che la sovrapposizione del concetto di prossimità con quello di Case della Comunità sia stato un grave errore che solo il tempo potrà sanare. La locomotiva impazzita è partita, a tutta velocità… e non ha più il macchinista. È evidente che la prossimità non verrà garantita dalle CdC, dal ruolo unico, dal debito orario, dalla dipendenza/parasubordinazione spinta, dalle équipe (come quelle chirurgiche?) che dovrebbero funzionare come team (co-operazioni multiprofessionale, multidisciplinare e multisettoriale senza gerarchia, con un leader morale ed autorevole) ma che si chiamano sempre comunque équipe… ma che monotonia!

Se poi ci fosse una competizione tra le storiche Medicine di Gruppo (che per anni, soprattutto nelle periferie, hanno sopperito alla mancanza di servizi istituzionali) e le CdC, sicuramente la compagine che potrebbe ottenere la qualificazione ai mondiali non sarebbe certo quella delle CdC.

In sintesi, oggi, nessuno è in grado di operare affinché la casa (dell’assistito) diventi il primo luogo di cura, meglio dei mmg.

Durante il mese di maggio, in molte realtà, sono stati approfonditi temi relativi al ruolo svolto dal caregiver (CG) famigliare (da non confondere con il caregiver professionale o badante). Il DDL n.2789, attualmente in discussione in Parlamento denominato: “Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari”, ha riacceso l’interesse su questo argomento che, per numerosi aspetti, ha molto a che fare con la prossimità. L’impegno spesso silenzioso (Ivan Illich, Gender, 1982), vissuto all’interno delle mura domestiche, raramente riconosciuto dalle istituzioni, dalla scuola e persino dai servizi sanitari comporta importanti implicazioni sociali, educative e sanitarie.

Non è un fenomeno casuale. È il risultato di profonde trasformazioni demografiche, sociali ed assistenziali che stanno modificando il modo (cioè la cultura) in cui la cura viene organizzata all’interno delle famiglie.

Recentemente il “Rapporto dell’Osservatorio Long Term Care” del CERGAS – SDA Bocconi di cui sono stati pubblicati i risultati nel 2022 dopo una rielaborazione dell’Istat e la ricerca “Giovani caregiver: la sfida della cura tra le generazioni”, 2023, eseguita dall’Università Cattolica di Milano hanno sancito la significativa evoluzione della pratica assistenziale domiciliare. Si ipotizzano circa 7 milioni di caregiver (CG) a cui andrebbe aggiunto 1 milione di badanti (dati sottostimati). Tra questi vi sarebbero 400.000 CG giovani e giovanissimi: studenti, universitari, ragazzi che hanno un lavoro extra familiare che si trovano improvvisamente a gestire farmaci, appuntamenti, visite specialistiche, relazioni con i servizi. Verosimilmente solo 52.000 CG potrebbe rientrare nei criteri per ricevere il contributo mensile di 400 euro (prima fascia) ma sembrano interessanti le agevolazioni nominali che potrebbero interessare le altre 3 fasce non remunerate.

Le nuove generazioni si trovano, quindi, a sperimentare la fragilità costitutiva propria e del familiare assistito. Non è raro, in ragione dell’aumento dell’aspettativa di vita, che nello stesso spazio e nello stesso tempo convivano quattro o addirittura cinque generazioni (bisnonni, nonni, genitori, figli e nipoti). Mai, nei precedenti periodi storici, si era verificato un fenomeno di tale portata con netta presenza di differenze culturali.

La cura, dal punto di vista antropologico ed esistenziale, rappresenta una dimensione connaturata all’essere umano (ontologica). Ogni persona nasce fragile, incompiuta, vulnerabile e dipendente dalle relazioni. Non esiste una vita umana che non abbia ricevuto cura e che non sia stata, a sua volta, chiamata a prendersi cura di qualcuno. Per questa ragione la cura non è epistemologicamente una prestazione. Eppure la logica neoliberale della performance, dell’efficienza e dell’ottimizzazione tende a trasformare ogni esperienza in un obiettivo da raggiungere. Di conseguenza anche il prendersi cura rischia di essere interpretata come un “prodotto” da realizzare e la fragilità come un errore da correggere.

Il CG familiare, soprattutto se giovane, invisibile, non formato vive quotidianamente questa contraddizione. Da qui possono sorgere sentimenti ambivalenti di conflitto intergenerazionale, sensi di colpa, isolamento sociale, burnout, autosfruttamento, processi di adultizzazione precoce, abbandono o difficoltà scolastiche, interferenza sulla costruzione della propria identità personale. Alcuni giovani CG riescono tuttavia a gestire il conflitto intergenerazionale e mettono in moto un dialogo tra mondi diversi, linguaggi differenti, esperienze lontane. Si crea così uno spazio di riconoscimento reciproco e di concreta prossimità.

E’ evidente che l’alleanza tra CG e MMG assume un significato simbolico/strategico di primaria importanza perché diviene l’elemento risolutivo di una prossimità territoriale realmente attuata con una organizzazione molto leggera e quasi senza sovrastrutture. Il medico di medicina generale MMG conosce la storia clinica della persona e della famiglia, le fragilità, le risorse, le possibilità concrete (rapporto fiduciario). Conosce il territorio, le opportunità assistenziali disponibili, i percorsi di accesso ai servizi e le difficoltà burocratiche (es.: medici di una AFT con il proprio referente e i componenti delle varie Medicine di Gruppo della stessa AFT/quartiere). Per il giovane caregiver CG questo patto con il MMG rappresenta un autentico filo di Arianna capace di annullare le frammentazioni e costruire un vero progetto assistenziale personalizzato e di prossimità.

“Che c’azzecca” il debito orario, le CdC spoke (sparse senza una logica assistenziale… che non possono essere nemmeno considerate “territoriali” se vengono inaugurate all’interno degli ospedali), le CdC Hub (straordinariamente rare), gli Ospedali di Comunità (anch’essi orientati a fare le lungodegenze di serie B nei nosocomi, le équipe (chirurgiche?), il ruolo unico (poco desiderabile e ricercato), la dipendenza o la convenzione fortemente parasubordinata, i dipendenti ospedalieri che si dimettono e vanno a fare lea guardia medica, i COT, le UCCP…

Come pensava il Grande Capo Indiano “Vecchia pelle di tenda” da qualche parte occorre pur ricominciare. Ri-emergerà, come sempre, un fenomeno inatteso ed inaspettato che darà vita ad una medicina territoriale del futuro molto complessa e compossibile: capace di costruire relazioni di fiducia, di valorizzare le competenze organizzative e relazionali diffuse e di trasformare la fragilità condivisa in una responsabilità di comunità.

 

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

09 Giugno 2026

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Giovani caregiver

I RAGAZZI CHE CURANO GLI ALTRI E IL RUOLO DEI MEDICI DI FAMIGLIA

Di Direttivo di Comunità solidale Parma Odv

 

È da poco terminato il mese di maggio dedicato al tema dei «caregiver» cioè i «portatori di cura» ai propri familiari. All’interno dell’associazione di volontariato Comunità solidale Parma (dedicata in particolare al sostegno della medicina generale territoriale del quartiere San Leonardo) c’è stata, in questo periodo, l’occasione di riflessione sulla dinamica sociale che, pur esistendo da sempre (Luigina Mortari la definirebbe ontologica), recentemente ha manifestato un cambiamento diffuso inatteso.

Quando si parla di assistenza familiare, l’immagine tradizionale riporta a una donna adulta che si prende cura di un genitore anziano, di un coniuge malato o di un familiare non autosufficiente. Esiste però una realtà meno scontata che sta assumendo, anche nella nostra città, dimensioni sempre più rilevanti: quella dei giovani «caregiver», ragazzi e ragazze che dedicano una parte significativa della propria vita quotidiana alla cura di un familiare fragile. (vedi lo studio «Rapporto dell’Osservatorio Long Term Care» del Cergas - Sda Bocconi che ha raccolto dati relativi del biennio 2017-2018 in merito alle terapie croniche in seguito analizzati dall’Istat e pubblicati poi nel 2022; la ricerca «Giovani caregiver: la sfida della cura tra le generazioni», 2023, eseguita dall’Università Cattolica di Milano; il Ddl n. 2789 attualmente in discussione alla camera è denominato: «Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari»). I dati riportati da queste indagini sono, a dir poco, impietosi e anche ampiamente sottostimati, dal momento che molti «caregiver» non si definiscono o si riconoscono come tali: stimano 7 milioni di caregiver familiari in Italia (senza contare 1 milioni di caregiver professionali più conosciuti come «badanti» inquadrati normativamente da contrattazione collettiva). I giovani e giovanissimi potrebbero essere 400.000.

Adolescenti o giovani adulti che accompagnano un genitore alle visite mediche, aiutano un nonno o un bisnonno nelle attività quotidiane, gestiscono incombenze domestiche o forniscono sostegno emotivo a persone affette da patologie croniche disabilitanti; si tratta di un impegno spesso silenzioso (Ivan Illich, Gender, 1982), vissuto all’interno delle mura domestiche e raramente riconosciuto dalle istituzioni, dalla scuola e persino dai servizi sanitari ma che comporta importanti implicazioni sociali, educative e sanitarie. Non è un fenomeno casuale. È il risultato di profonde trasformazioni demografiche, sociali ed esistenziali che stanno modificando il modo (cioè la cultura) in cui la cura viene organizzata all’interno delle famiglie.

È l’età dell’«epidemia della cronicità». La maggior parte delle famiglie sono mononucleari e sempre meno componenti possono condividere o dedicarsi alle cure. Le reti informali gratuite sono diminuite di molto. Tutto questo complica enormemente ciò che in passato contribuiva spontaneamente a distribuire il carico assistenziale. In questo contesto, figli, nipoti (e pronipoti) assumono frequentemente compiti che fino a pochi decenni fa sarebbero stati svolti da adulti o da una rete famigliare/informale più ampia. Quella del giovane «caregiver» non è più una figura eccezionale, ma una presenza destinata a diventare sempre più comune nella società contemporanea. Così come possono convivere nello stesso tempo bisnonni, nonni, genitori, figli e nipoti che creano una stratificazione sociale che potrebbe non essere esente da conflittualità intergenerazionali.

Molti giovani che si prendono cura di un familiare non si definiscono «caregiver». Si considerano semplicemente figli, nipoti o fratelli che fanno ciò che è necessario per aiutare la propria famiglia. Proprio questa normalizzazione rende il fenomeno particolarmente difficile da individuare.

Le attività assistenziali domiciliari/famigliari svolte possono apparire inizialmente modeste: ricordare la terapia farmacologica a un familiare, accompagnarlo agli appuntamenti sanitari, aiutarlo nelle faccende domestiche o fornire compagnia e supporto emotivo. In certe situazioni, tuttavia, il coinvolgimento diventa molto più intenso e con questo anche la responsabilità che può diventare molto gravosa e superiore quanto la loro età auspicherebbe. Quando il peso della cura diventa particolarmente gravoso, il rischio è che vengano compromessi aspetti fondamentali della crescita e del benessere personale.

Tra gli effetti più frequentemente osservati figurano livelli elevati di stress psicologico, sintomi ansiosi, depressivi, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, isolamento sociale e una riduzione del tempo disponibile per lo studio, lo sport e le relazioni con coetanei. In alcuni casi possono manifestarsi sindromi di esaurimento emotivo assimilabili al burnout assistenziale. Tuttavia, alcuni giovani «caregiver» sviluppano anche competenze relazionali, capacità organizzative, empatia e senso di responsabilità che possono rappresentare importanti risorse per la vita adulta.

La differenza è determinata soprattutto dall’equilibrio tra il livello di impegno richiesto e le risorse di supporto disponibili. Questo sostegno dovrebbe prevenire il carico assistenziale che eccede le capacità dei giovani «caregiver» pena l’aumento significativo del rischio che la cura diventi un fattore di vulnerabilità anziché un’esperienza di crescita (stanchezza persistente, frequenti assenze scolastiche, difficoltà emotive, isolamento sociale).

Tra le figure professionali che possono contribuire a far emergere questa realtà tutt’oggi invisibile c’è il medico di medicina generale che occupa, in questo frangente, una posizione privilegiata. A differenza di altri operatori, il medico di famiglia conosce spesso i membri dello stesso nucleo familiare e osserva nel tempo l’evoluzione delle condizioni di salute delle persone assistite e di coloro che si prendono cura. Questa prospettiva gli consente di cogliere non solo la malattia del paziente, ma anche le conseguenze che essa produce sull’intero sistema familiare e in particolare dei giovani «caregiver» intuendo, eventualmente, una situazione di bisogno di aiuto.

Considerare questi aspetti non rappresenta solo un tema di giustizia sociale ma è un concreto investimento sulla salute futura di una comunità. (Riferimento: Z. Baumann, Modernità liquida. 2011).

La circostanza dei giovani «caregiver» ricorda una verità semplice ma spesso dimenticata: la salute non è mai una condizione esclusivamente individuale. Ogni esperienza di malattia genera una rete di relazioni, responsabilità e sostegni reciproci. Riconoscere chi cura significa riconoscere questa interdipendenza e comprendere che il benessere di una comunità dipende anche dalla capacità di sostenere coloro che, spesso nell’ombra, si prendono cura degli altri.

 

Direttivo di Comunità solidale Parma Odv

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Habermas ci ha lasciato ma la sua eredità offre decisive riflessioni riguardo la medicina generale

Gentile Direttore,
il 14 marzo 2026, a 96 anni, è morto Jurgen Habermas, uno dei maggiori filosofi contemporanei. Il pensiero che ha divulgato con le sue opere coinvolge anche la medicina territoriale. Infatti, il pensatore, ha analizzato nei suoi scritti il tema della giustizia sociale e ha sostenuto che ogni norma o regola non deve essere imposta dall’alto ma richiede di essere motivata/giustificata, avere un'esposizione trasparente, apparire comprensibile e di poter essere modificata dalle parti interessate. Non è più sufficiente, per gli organi istituzionali, attribuire legittimità automatica ad ogni comportamento o disposizione per il fatto di avere ricevuto, a suo tempo, un consenso elettorale. Le evoluzioni sociali e culturali sono più complesse delle tornate di voto.

In questo contesto le cure primarie rappresentano uno “spazio relazionale” tipico e sostitutivo in cui, molto spesso, i cittadini si confrontano con i professionisti di base sulle problematiche quotidiane proprio perché, a livello territoriale, si affrontano non tanto diagnosi lineari ma problemi complessi che emergono ininterrottamente.

Per Habermas la comunità (degli assistiti) funziona bene quando i cittadini di quel gruppo si sentono protagonisti e non vengono bypassati da comunicazioni propagandistiche/ideologiche, tecnocratiche o da decisioni già adottate a priori. Per ottenere questa “vitalità” nelle persone è prioritario che l’agire delle istituzioni non sia orientato a controllare o a governare, ma a promuovere il “comprender-si” (rispettar-si?) reciprocamente.

Il mondo quotidiano delle persone è fatto di esperienze, comunicazioni, fiducia, relazioni, abitudini, sofferenze, paure, a volte angosce incontrollabili. Per un medico di famiglia la complessità della vita di ogni singolo (unico) paziente è il vero sostrato clinico.

Un “sistema” (es: Sistema Sanitario Nazionale) si contrappone ad un “servizio” (es: Servizio Sanitario Nazionale). Il primo è impersonale, amministrativo, burocratico, frequentemente oneroso. Potrà essere inevitabile qualche aspetto di sistema ma l’ordinamento di apparato diventa patologico quando tende a colonizzare tutti gli spazi della relazione umana. Nonostante la confusione prodotta dal recente ACN 2022-2024, il medico di base resta una concreta frontiera che agisce sul “sistema” affinché abbandoni alcune sue prerogative eccessivamente assertive e lineari per tradursi in “servizio” intelligente e in grado di vivere all’interno della complessità dei singoli e delle comunità, ad esempio, adottando un linguaggio che sia finalizzato alla comprensibilità e alla condivisione.

Se non si riesce a fare questo passaggio la cura non si “prenderà più cura” e l’assistenza diventerà solo un'immensa montagna di burocrazia piena di definizioni incerte anche per chi è del settore.

Il territorio, in special modo quello periferico o disagiato, non può comunque essere abbandonato. Le screditate reti tra professionisti, prossime all’abolizione, in certi territori estesi e svantaggiati, rappresentano le uniche forme aggregative in grado di garantire almeno una fattispecie di H12. Molte zone carenti montane a scarsa densità abitativa, prevalentemente anziana con imitazione di movimento, non sono certo attrattive. Difficilmente vengono dotate di CdC spoke. Le CdC hub sono strutture, come da ACN e AIR che sembrano già destinate ad aree privilegiate e dotate di facile viabilità. Le AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali) e i NCP (Nuclei di Cure Primarie) si bisticciano, inutilmente, definizioni e confini perimetrali. Le misteriose UCCP, riesumate dal decreto Balduzzi del 2012, sembrano propendere, più che altro, a prove tecniche di dipendenza. Le équipe (vera contraddizione in termini) vorrebbero sovrapporsi alle storiche “medicine di gruppo” (che Dio le abbia in gloria!). All’interno di questo putiferio manca drammaticamente uno spazio di ascolto paritario, un confronto non gerarchico, un protagonismo non solo economico dei professionisti, una partecipazione allargata ad associazioni non precostituite o di diretta derivazione amministrativa.

Gli organi intermedi o i comitati di ispirazione rappresentativa non sono più bastevoli ai bisogni dell’assistenza di base, soprattutto si sente la necessità di una accountability autonoma tra colleghi professionisti e tra questi e la comunità (le rendicontazioni alle aziende ha già superato di molto i livelli di saturazione). In caso contrario acronimi e strutture rischiano di essere solo contenitori amministrativi e si espongono ad un rovinoso tradimento delle promesse attese.

Secondo Habermas la conoscenza non è mai neutra: c’è quella “tecnica” orientata a curare secondo evidenze, linee guida e indicazioni aziendali, quella “pratica” caratterizzata dalla relazione medico-paziente che tenta di comprendere il senso che il soggetto attribuisce al suo malessere, quella “emancipativa”, anch’essa tipica del rapporto fiduciario, che aiuta l’assistito a percorrere strade di liberazione da condizionamenti informativi, paternalistici o incomprensibili.

Quando ACN, AIR, AIL guardano solo il lato “tecnico” diventano inevitabilmente zoppi perché mancano di comprensione “pratica” dell’agire professionale e di “emancipazione/empowerment” del paziente.
Nel “sistema” coesistono inoltre due modalità di pensiero alternative tra loro: vi è una logica amministrativa di diritto pubblico ordinato da graduatorie, procedure, formalità, ed esiste poi il principio del diritto privato caratterizzato dal rapporto fiduciario e da accordi libero-professionali.

Emergono sorprese, verosimilmente anticostituzionali, quando le amministrazioni cercano di applicare criteri di diritto pubblico (disciplina i rapporti tra cittadini e lo stato) in ambito di diritto privato (regola rapporti tra soggetti paritari in autonomia negoziale). Questa distinzione è fondamentale per salvaguardare le garanzie in ambiti giuridici diversi e assicura il principio di uguaglianza, equilibrio, trasparenza e tutela dei diritti.

Il colpo di scena è rappresentato dal cortocircuito (è auspicabile la valutazione di verosimile incostituzionalità da parte di qualche esperto del settore) che si è creato in merito alle indicazioni che regolano le sostituzioni in medicina generale, da parte dei mmg in quiescenza over 72 anni, contenute negli articoli 36 e 21 dell’ACN 2022-2024 drasticamente cassate dalla norma transitoria n. 6 dello stesso ACN.
L’OMS (Decade of Healthy Ageing 2021–2030, Baseline Report, 2020) sostiene che gli individui pensionati della 3° e 4° età in grado di conservare elevate capacità fisiche, cognitive ed esperienziali sono in grado di esprimere livelli funzionali ottimali. Questi/e senior possono contribuire a migliorare il bene-essere e l’aspettativa di vita di una intera comunità (Healthy Life Expectancy).
Conclusioni: una maturità eccellente rappresenta una vera risorsa attiva per la società e può contribuire alla trasmissione di competenze, esperienze e capacità riflessive anche alle generazioni mediche più giovani pur all’interno delle più significative e complesse dinamiche intergenerazionali. Tuttavia l’Art. 21 e 36, ed in particolare la norma transitoria n.6, con una meticolosità e burocratica integerrima ignorano l’evoluzione sociale e impediscono solo ai medici di medicina generale over 72 (ma non ad altre professioni mediche) di dare la loro disponibilità per le sostituzioni non continuative dei mmg titolari o incaricati di convenzione tramite intese private. Questa attività sarebbe di grande interesse per i giovani colleghi che affrontano la loro prima esperienza assistenziale nelle cure primarie, spesso, subito dopo la laurea. La difficoltà di trovare sostituti è nota. Lo stesso comma 5 della norma transitoria n.6 inizia il capoverso affermando che c’è una carenza di medici di base (I medici di famiglia sono sempre meno. QS 17 Marzo 2026).

Sorprendentemente nel proseguo del testo, lo stesso comma 5, pone un ostacolato platealmente punitivo, che va a complicare la vita di quei giovani medici/mediche che si trovano improvvisamente, da neolaureati, a gestire, a volte, 1500 assistiti senza aver potuto seguire completamente i corsi di formazione, gli aggiornamenti o i master di perfezionamento. La grande difficoltà nel trovare sostituti impedisce anche di poter programmare qualche giorno di riposo per malattia o ferie. Può capitare che un medico/a che operi in aree interne si possa sentire isolato, impossibilitato al confronto con colleghi di esperienza, quasi relegato nella zona carente assegnata senza potersi spostare e costretto forse a seguire i corsi formativi on line che, tenuti in orario lavorativo necessitano, in ogni modo, di sostituzione.

L’insieme di questi fattori negativi causa numerose rinunce agli incarichi per zone carenti dopo pochi mesi di prova. I turnover, inevitabili, creano così importanti disagi ed incertezze assistenziali alle popolazioni. Anche i territori interni (senza servizi, lontani dalla specialistica, dal 118, da ospedali o da PS, dove sono impossibili anche le più semplici aggregazioni professionali previste dall’ACN e dagli AIR) hanno il diritto di poter essere assistiti da giovani medici e mediche che dimostrano di essere in grado di introdurre significative innovazioni assistenziali.

Nondimeno un supporto di un “senior” anche over 72, esperto, che possa garantire sostituzioni certe pur se non continuative, che conosca il meccanismo gestionale per averlo praticato per anni a livello professionale può rivelarsi una sostanziale e concreta innovazione in grado di assicurare una presenza medica costante anche in aree non attrattive. L’annullamento della norma transitoria n.6, immediata, da parte di Assessorati e Aziende può eliminare altresì il presentimento di incostituzionalità dell’intero impianto dell’ACN. (La Corte Costituzionale 84/2025 ribadisce il sì all’uso dei medici in quiescenza nell’assistenza primaria, QS 1 dicembre 2025; le leggi della Regione Sardegna n. 53/19 del 16 ottobre 2025 e n. 12/2024 art.1, comma 1 consente il coinvolgimento dei medici in quiescenza, quindi over 72, anche in sostituzione non continuative dei titolari di convenzione; l’Omceo di Torino nel 2026 dichiara: “L’ACN per la medicina generale pone limiti di età esclusivamente per la titolarità del rapporto convenzionale. Le sostituzioni occasionali esulano da questo limite, essendo regolate liberamente dall’accordo tra le parti (sostituto/titolare) e nulla preclude quindi la possibilità per un medico in quiescenza di poter sostituire occasionalmente un collega di Medicina Generale”).

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

Bruno Agnetti

01 Aprile 2026

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AIR. il rumore delle parole

AIR: il rumore delle parole

Gentile Direttore,
nella regione Emilia-Romagna (E-R) è stato ufficialmente siglato, da qualche giorno, l’AIR (Accordo Integrativo Regionale) con la medicina generale. Per tanto tempo questa regione ha diretto la Conferenza Stato Regioni ed in particolare ha indirizzato la Commissione Salute della Conferenza stessa. Ruolo estremamente importante in un assetto legislativo che vede, nella modifica costituzionale del Titolo V, l’elemento primario che spiega la lenta involuzione della sanità italiana, soprattutto territoriale, dal 2001 ad oggi.

L’impianto culturale sanitario storico dell’E-R e la sua rilevante influenza sulle altre regioni sono comunque rimaste sostanzialmente invariate nel tempo. Per questi motivi, l’AIR è un documento meritevole di un’attenta riflessione anche da parte di un'associazione che svolge un'azione di volontariato a supporto alla medicina generale di quartiere. La prima lettura del testo, di ben 92 pagine, è macchinosa, strutturalmente complicata, debole, a volte fragilissima, sul piano epistemologico contemporaneo.

I temi dell’elaborato sono numerosi ma tutti legati da un filo prescrittivo rigoroso. Emerge una visione di sanità orientata in senso aziendalistico-industriale di mercato, di profitto, neoliberale ed economicista cioè un “sistema”. Un “servizio” si occuperebbe ben di più di relazioni (sociali, tecnologiche, ambientali), di compossibilità e tenterebbe di redigere un progetto sanitario assistenziale valido e contestuale almeno per il medio periodo. L’articolato, invece, contiene una moltitudine di indicazioni amministrative che non puntano ad un obiettivo futuro, ma annullano il pensiero complesso e lasciano a terra un mucchio di parole sdrucciolevoli che fanno solo rumore.

Numerose sono le sigle, le formule, le procedure apparentemente nuove ma che, in realtà, non generano effettivamente conoscenza. Emblematica è la riesumazione degli acronimi AFT (Aggregazione Funzionale Territoriale) e UCCP (Unità Complessa di Cure Primarie), inseriti per la prima volta nel quadro normativo dalla Legge Balduzzi (2012) e oggetto, oggi, di importanti manipolazioni che li rendono diversi dall’impostazione originale (L’importanza di essere referente di AFT”, QS 29 gennaio 2026). L’AFT, affastellata di nuove incombenze e regolamenti, non è più un'espressione culturale di una comunità professionale ma è un algido dispositivo amministrativo che pretende il sacrificio del monitoraggio assillante.

In effetti gli indicatori e le misurazioni sono il nuovo mantra declamato ai professionisti come essenza dell’assistenza territoriale. L’obiettivo principale qualificante è la quantificazione. Che fine avranno fatto la salute, i criteri di riferimento della professione, i valori ed i principi della medicina generale territoriale? Già è complessa la definizione di salute/benessere o quella, ontologica, di cura/prendersi cura, ma l’Accordo si propone solo di valutare l’operato dei medici sugli esiti dimensionabili e sulla stabilizzazione della variabilità quando, nella realtà, i condizionamenti che provengono dalla galassia delle variabili bio-psico-sociali, strutturali-organizzative e tecnologiche non possono, per nulla, essere controllate dai professionisti (che abitano comunque quotidianamente la complessità).

Un argomento proposto come inconfutabile è quello della necessità di una disponibilità continuativa professionale tale da diventare una semi-reperibilità. Si assume come certo il fatto che le persone esigano un'attività di medicina generale di base H24 e 7giorni su 7 ovunque e comunque. E’ palesemente un preconcetto fondato su un equivoco che l’Accordo non aiuta a dissipare, anzi. Le emergenze e le urgenze hanno già ora servizi dedicati che operano H24: PS, 118, Continuità Assistenziale (Guardia Medica), CAU. La strutturazione dell’assistenza territoriale ha subito, nel recente passato, numerose modifiche (razionalizzazioni aziendali). Oggi non solo aumenta la popolazione anziana in buona salute ma è in atto il fenomeno sociale, ancora lento, inatteso, ma significativo, di rivitalizzazione delle aree interne a causa di scelte di vita alternative alle città, alle metropoli, ai costi della vita e delle case, alla insicurezza. Qualche pregresso processo decisionale unilaterale dovrebbe essere rivisto.

Nessuno domanda al medico di base di sostituirsi ai presìdi H24, le persone desiderano piuttosto una relazione che funzioni. Non qualcosa di quantitativo ma di qualitativo, professionale, solido, riconoscibile, affidabile e fiduciario. Capire cosa voglia dire davvero “guarire” non è affatto semplice. Gli assistiti non chiedono al medico di base l’illusione della diagnosi perfetta, ricette immediate, accessi infiniti, ma spiegazioni, indicazioni, criteri comprensibili, quando preoccuparsi, oppure attendere o se agire. La maggior parte dei cittadini ha bisogno di sapere chi è il “proprio” medico (sia sufficiente ricordare quale senso e significato possa avere un'assistenza domiciliare ad altissima competenza relazionale e bassa necessità tecnica, come avviene in caso di cure palliative in particolare in ambienti rurali o periferici, disagiati o disagiatissimi). La gente vuole essere riconosciuta, vuole contare su una guida competente che li affianchi nel tempo; è un'esigenza caratteristica di un'educazione sanitaria matura e consapevole, e non va considerata un capriccio consumistico o irragionevole.

La medicina generale territoriale nasce (1978) sulle basi del rapporto fiduciario e non su un sistema H24, Hub o Spoke, con medici a mezzo servizio (mezzi medici?) tra ambulatorio, strutture distrettuali e funzioni che riflettono bisogni aziendali (38 ore). I documenti istituzionali disegnano il professionista come “qualcosa” di elastico, adattivo, continuamente riallocabile. La conseguenza è quella di pubblicizzare una continuità astratta che ignora la discontinuità della vita. Le CdC, la AFT, le UCCCP, i CAU, l’EQUIPE, gli OSCO ecc. non funzioneranno mai se “i cittadini non sanno cosa sono, a cosa servono, quando e come rivolgersi a queste strutture” (L.Fassari, QdS, 13/02/2026).

Il cosiddetto ruolo unico promette semplificazione. In realtà realizza un'inflazione di funzioni per il professionista: clinico, turnista, operatore strutturale, gestore della cronicità, surrogato dell’urgenza. Tutto nella stessa persona, nello stesso tempo, con le stesse tutele di prima. In questo caso la professionalità non viene integrata, ma tanto diluita che può evaporare. Il concetto stesso di équipe è presentato in modo molto disordinato: il termine, dal punto di vista etimologico, si riferisce ad un gruppo di lavoro che è e deve essere sempre uguale, come capita nell’équipe chirurgica. Nel territorio non si affrontano malattie ma problemi, un sottogruppo (team?) operativo può cambiare di volta in volta a seconda della situazione (può essere necessario inserire uno specialista, o un altro clinico, un tecnico oppure un volontario). Ogni intervento di questo tipo deve, per forza di cose, avere un leader che, pur essendo un “primus inter pares”, abbia il ruolo di comporre un'ipotesi diagnostica iniziale, un programma assistenziale di massima e che sia il responsabile dell’attivazione/firma del “contratto assistenziale” (es.: assistenza domiciliare di III livello).

Concludendo, l’AIR è formalmente impeccabile, non sbaglia ed è sempre coerente con se stesso. Nondimeno riduce la professione a prestazione e la complessità ad un flusso protocollare, il medico sembra una variabile tra le tante. Per i professionisti si tratterà di resistere in attesa di riforme illuminate da paradigmi della complessità, criteri di riferimento professionali ed etici, autonomia esercitata all’interno di un Servizio Nazionale unico ed unitario.

I documenti, una volta siglati, restano perché, a differenza delle persone, gli ACN o gli AIR o gli AIL non si stancano mai.

Non è necessario che tutti gli acronimi contenuti nell’elaborato vengano compresi. Il cittadino non è il destinatario del linguaggio dell’Accordo, forse nemmeno i medici sono i destinatari finali. La cosa importante è che vengano proclamati e poi applicati meticolosamente, perché non è importante comunicare, far comprendere o incentivare (anche i benefici economici piano piano svaniscono), ma governare.

A questo punto si rende inevitabile una domanda: chi scrive materialmente questi testi? Si può anche ammettere che vi possa essere un “sapere infrastrutturale”, una specie di agenzia che sostenga sistemi pubblici ad elevata articolazione organizzativa, tuttavia il problema nasce quando, come è capitato per il concetto europeo di “prossimità”, le conoscenze di supporto si trasformano in un orizzonte unico (es.: CdC) dove “un solo modello” condiziona l’intero processo decisionale. Così il sistema degli indicatori funziona perfettamente, ma fatica a riconoscere ciò che non rientra nelle metriche (es.: aggregazioni territoriali eccellenti figlie di un dio minore ma diverse dalle CdC, il tempo assistenziale, l’esperienza, l’umanesimo, l’umanizzazione e il senso stesso del curare/prendersi cura).

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

Bruno Agnetti

23 Febbraio 2026

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Quando la CdS perde l'indirizzo

Quando la CdS (o altre forme di aggregazioni territoriali dei mmg) perde l’indirizzo

Gentile Direttore,
si suppone che, secondo le buone pratiche, i contributi inviati a QS evitino fatti eccessivamente campanilistici, per non rischiare di appesantire testi e riflessioni con il pericolo di annoiare i lettori. Nondimeno alcuni importanti commentatori descrivono, di tanto in tanto, temi alquanto circoscritti a territori specifici. Si conceda, pertanto, alla nostra associazione, votata per statuto al supporto e al sostegno della medicina generale territoriale e dei mmg di quartiere, considerati bene comune per una comunità, qualche digressione dalla prassi più virtuosa, al fine di poter ragionare su un'informativa (molto locale) relativa all'organizzazione assistenziale territoriale (trasferimento di una Casa della Salute, sita in un quartiere della città, all’interno del perimetro dell’ospedale).

Sembra che, in men che non si dica da quanto annunciato dai media locali, vengano portate al macero un'infinità di scritti e dichiarazioni enfatiche sulla territorialità delle cure primarie riportate nelle recenti norme, nei decreti, negli ACN, AIR e AIL. Anche la macchinosa interpretazione del documento Next Generation UE (che ha causato, nel testo nazionale del PNRR, la mitizzazione delle Case della Comunità) alla fine è arrivata a stravolgere il meritevole concetto di “prossimità” realizzabile in numerose modalità diverse, imprigionandolo in un’unica impostazione rigida.

Un certo conformismo ideologico su questo tema ipotizzerebbe, come particolarmente conveniente, il progetto di trasferimento di un'aggregazione professionale ed assistenziale dal territorio all’ospedale. Un così lungimirante trasloco potrebbe dare luogo, secondo le alte dirigenze ausl, a significativi benefici professionali e assistenziali grazie alla contiguità con servizi specialistici, laboratoristici, diagnostici presenti in una struttura ospedaliera.

Com'è stato ideato, ad esempio, per i CAU collocati talmente a ridosso dei PS da essere spesso considerati, nelle aspettative dei cittadini, come autentici PS, nulla vieta che una CdS/CdC in ambito ospedaliero possa farsi carico anche di un possibile Ospedale di Comunità o di un Hospice “interno” (strutture considerate in origine, appunto, territoriali).

Dunque, sorgerebbe spontanea una domanda: perché non offrire questi considerevoli vantaggi anche ad altre Medicine di Gruppo, CdS, CdC, così da non creare, per l’ennesima volta, discriminazioni o differenziazioni assistenziali e professionali di serie B?

In un nuovo “alieno” assetto organizzativo del tipo già menzionato i servizi ospedalieri deputati all’acuzie si troverebbero addirittura fuori dall’ospedale e, al contrario, la produzione delle cure primarie sarebbe situata all’interno del perimetro nosocomiale!

Dal punto di vista epistemologico la territorialità assistenziale non va considerata come una periferia dell’ospedale, ma come qualcosa di sostanzialmente diverso proprio perché è un sistema vivente-sociale con logiche sue proprie. Non è un contenitore inanimato, ma un campo relazionale unico, come può esserlo un campo quantistico che “vibra” di particolarità, percorsi di vita, fragilità più o meno espresse, micro-equilibri sociali: è una complessità, non una semplificazione.

Culturalmente e scientificamente è errato ipotizzare che una CdS possa essere una “scatola” per erogare prestazioni più facilmente, perché la professionalità territoriale è soprattutto un sistema orizzontale di condivisioni di conoscenze. Soltanto questi complessi ed imperfetti elementi conoscitivi, dovuti ad imprevedibili fattori emergenti bio-psico-sociali, permettono la realizzazione della presa in carico di vicinanza. Una CdS, o qualsiasi aggregazione di mmg inserita nell’ospedale, comporta invece un cambio di senso e di governo clinico-territoriale della prassi delle cure.

Secondo le riflessioni di Vittorio Pellegra (2026), certi processi decisionali verticistici potrebbero essere vissuti come esercizi di autorità unilaterali.
Anche l’economista A.O. Hirschiman (1915-2012) aveva studiato le forme procedurali autoritaristiche proponendo soluzioni molto suggestive (uscita, protesta, lealtà), ma di difficile realizzazione pratica. La filosofa Elisabeth Anderson ha sostenuto, a sua volta (2017), che certi comportamenti agiti nelle istituzioni pubbliche provocherebbero condizioni nelle quali i processi decisionali verrebbero sempre più sottratti a meccanismi di condivisione e confronto.

In queste condizioni sociali si può osservare, paradossalmente, un singolare fenomeno di adeguamento passivo (conformismo) messo in atto da cittadini ma, a volte, anche da alcuni professionisti, causato in particolare da due fenomeni sociali: una profonda stanchezza psicologica, associata ad una mancanza di speranza (Byung-chul Han, 2020) e al fatto che ogni forma di potere gerarchico è in grado di presentarsi in modo affabile e quasi senza nessun segnale di violenza (Byung-Chul-Han, 2019).

Ancora più esplicita è stata Anderson quando, nel 2023, ha affermato che alcuni assetti iniqui potrebbero dirottare la così detta "etica occupazionale" addirittura contro gli operatori stessi, trasformando la disponibilità in dovere, il sacrificio in norma e la subordinazione silenziosa in virtù. Gratuitamente.

Nonostante ci si occupi di “Roba minima” (QdS, 05 Dicembre 2025), si può osservare come, proprio nelle periferie, la struttura decisionale piramidale si concretizzi con estrema facilità, snaturando tempi di cura, qualità dell’assistenza, comunità di professionisti delle cure primarie e cittadini a causa del continuo incremento di carichi burocratici e del mantenimento di silenzi decennali su pratiche discriminatorie. Tutto ciò potrebbe configurarsi in un ulteriore arretramento culturale funzionale alle esigenze neoliberali amministrative che trasmettono testi normativi sostanzialmente inapplicabili.

 

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

Bruno Agnetti

06 Febbraio 2026

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Prendersi cura con l'aiuto dell'arte

Frida Kalho e Tamara Lempicka: il rimedio dell'arte

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in prossimità del 25 novembre, l’Associazione Comunità Solidale Parma e l’Ambulatorio San Moderanno rinnovano il loro impegno a riflettere, attraverso l’arte, sul tema della cura di sé e della dignità femminile.

Il 5° incontro del ciclo “Prendersi cura con l’aiuto dell’arte” si terrà venerdì 21 novembre 2025, alle ore 17:30, presso la Sala d’attesa dell’Ambulatorio San Moderanno (Via Trieste 108/A – Parma). L’appuntamento sarà dedicato a due grandi protagoniste dell’arte del Novecento, Frida Kahlo e Tamara de Lempicka: due donne che, attraverso il loro talento, hanno trasformato la sofferenza, la malattia e le ferite della violenza in un linguaggio creativo di rinascita e libertà.Articolo Gazzetta_02-11-2025

A guidare la riflessione sarà l’Ing. Bruna Giordano, esperta d’arte e relatrice di riconosciuta sensibilità, che condurrà il pubblico in un viaggio tra arte, resilienza e forza femminile, offrendo uno sguardo profondo sul legame tra cura, bellezza e consapevolezza di sé.

Come di consueto, l’incontro si svolgerà all’interno della normale attività assistenziale dell’ambulatorio, un contesto unico che unisce la pratica clinica all’esperienza estetica, valorizzando il potere dell’arte come strumento di benessere e guarigione.

L’evento è organizzato da Comunità Solidale Parma, FIDAPA (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari) e AIDM (Associazione Italiana Donne Medico).


I prossimi Air, in un contesto in frenetico e velocissimo cambiamento, preparano alla de-pubblicizzazione dell’assistenza territoriale?

17 OTT - Gentile Direttore,
si racconta (ma lo ricorda lui stesso in una delle sue ultime pubblicazioni “Chiudo la porta e urlo” del 2024), che un giorno fu chiesto a Paolo Nori, il noto scrittore parmigiano esperto in letteratura russa, di argomentare sul tema “amore”. Lo scrittore espresse qualche titubanza iniziale e poi cercò di spiegare come nella sua cultura popolare di origine, soprattutto dialettale, non esistesse nessun termine che potesse essere sovrapponibile al termine “amore” inteso come lemma ideale e, nello stesso tempo, utilizzabile anche nella vita quotidiana quasi come un intercalare. La massima espressione emozionale nella cultura rurale, in questo senso, è sempre stata “At voi ben” cioè “Ti voglio bene.” In effetti in dialetto parmigiano “amor” pronunciato in modo allargato “a-mor” significa “sto morendo” e quindi diventa comprensibile l’horror vacui che può generare.

Lo stesso concetto è espresso da Luigi Malerba nel suo libro intitolato “Le parole abbandonate” del 1977.
Nori e Malerba, condividono inoltre un altro pensiero. Secondo i due autori la motivazione che porta un soggetto a scrivere serve proprio a chi scrive per auto-comprendersi con più chiarezza.

Il collegamento diretto che il nostro Centro Studi fortunatamente sperimenta con i professionisti delle cure primarie di quartiere ci ha permesso di poter ragionare sulle bozze di quello che diverrà l’Accordo Integrativo Regionale (AIR) della regione E-R. L’obiettivo è stato quello di riuscire a comprendere quale possa essere la visione di questo documento normativo che regolerà l’assistenza territoriale locale nei prossimi anni essendo tema che, per statuto, coinvolge la nostra associazione.

Le bozze documentali dell’AIR, verosimilmente stilate da qualche agenzia, verranno indubitatamente considerate, a livello istituzionale, molto buone. Come già ricordato nel contributo sul ragionamento abduttivo del 10 ottobre su QdS, ai potentati piace vincere facile grazie alle blindature controriformiste contenute nelle normative ufficiali. Tuttavia i testi presentano un notevole ostacolo alla fluida comprensione. Si notano profonde carenze culturali come il mancato riferimento essenziale ai principi internazionali Wonca per la medicina generale territoriale e alla teoria dei sistemi complessi che può funzionare da supporto paradigmatico fondamentale per l’attività assistenziale.

I medici territoriali non si chiameranno più medici di medicina generale ma medici del Ruolo Unico di Assistenza Primaria cioè “medici RUAP” e saranno suddivisi in “medici RUAP a ciclo di scelte” e “medici RUAP a rapporto orario”. I primi, a livello spannometrico, corrispondono ai “vecchi” medici di base. I secondi, sempre in modo molto approssimativo, sembrano ricordare i medici un tempo chiamati di Guardia Medica o di Continuità Assistenziale a cui verrebbero affidate numerose funzioni sia storiche che inconsuete.

Nell’AIR la professione medica viene definita “ruolo” anche se è una professione intellettuale, intrinsecamente irriducibile nella sua complessità. Ogni modello che comporta una separazione di una parte dal resto (cioè dal contesto) non riuscirà mai a raggiungere qualche obiettivo in quanto manca l’interpretazione corretta dei continui fenomeni emergenti tipici di questa professione. Così come una raccolta enorme di dati senza un progetto concreto pregresso (es.: disegno progettuale di Casa della Salute ora CdC) dimostrerà la completa inutilità delle informazioni. Pare invece che nelle bozze vi sia celata la ricerca ostinata di un profitto o di un consumismo tipicamente neoliberale.

C’è chi individua nella definizione di “ruolo” una depersonalizzazione occupazionale di un’attività libero professionale tale da rappresentare una profezia autoavverantesi di burnout come già ravvisato da Christina Maslach nei suoi studi (1976).

Altri percepiscono una pura azione performativa aziendale (di produzione e consumo).

Le contingenze portano altresì a pensare ad una solerte strutturazione organizzativa territoriale in favore di una strisciante privatizzazione dell’assistenza (vedi accordo Fimmg e lega Coop del 2024).

Anche l’organizzazione che pare emergere dalle bozze dell’AIR non sembra per nulla adeguata ai tempi. Il Distretto, che in molte nostre elaborazioni abbiamo definito perfettamente inutile, ritorna ad essere plenipotenziario gestionale soprattutto nei confronti dei medici RUAP a rapporto orario in barba alla necessità, non ideologistica, di incrementare l’autonomia decisionale e gestionale degli attuali medici di base e delle loro comunità di assistiti.

La stessa istituzione dell’ONU quando deve ipotizzare un nuovo modello urbano o territoriale che debba garantire la dimensione “giustizia” in quell’area (es.: la fruizione dei servizi), ragiona su cellule/quartieri completamente autonomi (20-30.000 abitanti) pur interconnessi tra di loro (vedi progetto dell’UNDP - United Nations Development Programme - del Regional Bureau for Arab States e dell’Università IUAV di Venezia per ricostruire Gaza 2024).

Nell’AIR si tende invece a eliminare l’autonomia e le diversità con una omologazione in nome di un presunto primato di modello assistenziale territoriale che nega in partenza le basi del processo decisionale autogestito, dell’imprevedibilità, della fantasia, della ricchezza tipiche dei comportamenti sperimentali delle comunità che necessitano di tempo, di durata, di ripetizione, di pausa, di ritualità. Tutte caratteristiche alternative alle prestazionalità aziendali mascherate da obiettivi incentivati e monetizzabili.

Se l’ONU, quando affronta temi come quelli della riorganizzazione ambientale, considera contendibile l’ipotesi di un “ritorno al futuro” cioè di recuperare modelli pregressi di socialità e sostenibilità ( compossibilità) perché non è possibile progettare di ritornare, in ambito sanitario, ad un Servizio Sanitario Nazionale Unico, all’abolizione dei Sistemi Sanitari Regionali, all’abolizione dei Distretti e delle AUSL, alla costituzione dei comitati di salute pubblica, alla riattivazione delle USL, alla cooperazione tra consorzi comunali, a responsabilità politiche diretta di soggetti appartenenti alla comunità stessa ed inseriti nei territori ecc. ? In caso contrario sarà lo stesso neoliberalismo che, purtroppo, spazzerà via, in favore di una privatizzazione, tutta la polvere accumulata sotto il tappeto da apparati e sistemi burocratici. Purtroppo, perché, dal punto di vista professionale, un conto è essere convenzionato con un Servizio Sanitario Nazionale Unico che comporta una posizione economico-sociale, un altro è essere dipendente di una cooperativa che potrebbe portare all’ulteriore impoverimento (proletarizzazione) del cosiddetto ceto medio rappresentato, in quota parte, dai medici.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

17 ottobre 2025
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L’estetica e il ragionamento abduttivo possono educare alla categoria etica della possibilità

03 OTT - Gentile Direttore,
da alcuni mesi, attraverso gli articoli e le conferenze, il prof. Ivan Cavicchi ha sollecitato la descrizione di idee relativa all’ “exit strategy” da ciò che, più volte, lo stesso professore ha definito incapacità e tradimenti. Con alcuni componenti del nostro Centro Studi abbiamo partecipato al Convegno di Verona del 27 settembre 2025 che aveva come titolo generale “La riforma della sanità territoriale: guardare al futuro con consapevolezza”. Al Centro Studi di Comunità Solidale Parma ODV è stata affidata la relazione “Diritto alla salute o diritto al vivere: un impegno morale verso i cittadini” che ci ha impegnati a lungo nella preparazione perché si desiderava presentare un “pensiero pensato” (Plotino) con la malcelata ambizione di poter offrire un moto di cambiamento pur nella sintesi necessaria ad un evento di questo tipo.

Non si può negare che il semplice cittadino già immerso in un mondo in rapido cambiamento venga ulteriormente sfibrato da un linguaggio forzatamente settoriale (AFT; UCCP; Ospedali di Comunità; CdS; CdC; HUB; SPOKE; MMG a ciclo di scelta ; MMG ad attività oraria; COT; CAU; Ospedalieri che fuggono dalle strutture per diventare medici di base – come da concorso regionale per il Corso di Formazione in medicina generale della E-R e Medici di base che aspirano a diventare dipendenti; l’incredibile interpretazione del termine “prossimità” contenuto nel documento europeo NextGenerationEU con il concetto modaiolo e speculativo di Casa della Comunità ecc.).

La “Dissonanza Cognitiva”, a fronte di una normativa definita “riforma” (DM77 e dagli Accordi Regionali conseguenti) è assicurata così come è inevitabile il malessere generalizzato.

In effetti è labirintico trovare un sentiero strategico innovativo in grado di orientare le nostre comunità sanitarie territoriali di quartiere insieme ai Medici di Base di riferimento quando le istituzioni, il Servizio-Sistema Sanitario Nazionale (Ssn) e il Servizio-Sistema Sanitario Regionale (Ssr) contengono vincoli normativi assoluti ( inseriti anche in Costituzione) che blindano lo status quo in associazione con le incapacità, l’impeccabile mediocrità e i tradimenti che impediscono qualsiasi innovazione sostanziale (es.: regionalizzazione, aziendalizzazione, welfare aziendale, neoliberalismo …).

Significativa è stata la pubblicazione di un articolo da parte del prestigioso Istituto Bruno Leoni (11 agosto 2025) nel quale si sosteneva che nel Ssn e nel Ssr non ci siano più cittadini ma sudditi … questo termine però viene utilizzato per descrivere regimi di potere! Non appare nemmeno corretta la comparazione con esperienze estere che avvengono in organizzazioni globali e dove non esiste una insopportabile regionalizzazione e quindi una differenziazione della giustizia sanitaria.

La Conferenza Stato Regioni è una istituzione potentissima che guida agenzie e atti di indirizzo. Il Ministero della Salute, molto fragile, svolge quasi esclusivamente un ruolo di salvaguardia dell’universalismo. Contrariamente a ciò che si sostiene il consumismo sanitario pare originare proprio nelle stesse istituzioni sanitarie regionali e locali e non dai cittadini o dai professionisti delle cure primarie proprio per la pervasiva cultura neoliberale che è ormai connaturata con ogni iniziativa amministrativa. La conseguenza è che la cultura della complessità, che dovrebbe essere il nuovo paradigma di riferimento in sostituzione della teoria neoliberale, pare non essere mai pervenuto lungo gli infinti e asettici corridoi delle direzioni gestionali ed organizzative regionali e aziendali. Anche la meritorietà dovrebbe essere il criterio qualificante in sostituzione della trapassata meritocrazia che consegna il potere a chi già lo ha senza nessun ricambio generazionale (è sufficiente controllare gli organigrammi aziendali).

Piani strategici sono stati elencati numerose volte nelle pubblicazioni dello stesso Prof. Ivan Cavicchi. Da parte nostra, a suo tempo, era stata ipotizzata addirittura una azione bipartisan per salvare il salvabile ma la polarizzazione politica, impegnata su altro, impedisce di riflettere sulla salute che pare interessare proprio a pochi.

In questo contributo preferiamo pertanto argomentare una estensione della teoria della complessità che, come è noto, si occupa dei sistemi formati da un grandissimo numero di elementi interagenti che si autoregolano e che possono evolvere in esiti completamente imprevedibili ed inattesi. Tutto ciò comporta l’assenza di un'unica verità o di un pensiero unico o della presenza di un solo percorso (es.: il concetto di prossimità tradotto dal PNRR con il pensiero unico delle Case della Comunità è palesemente una contraddizione in termini).

La cultura dei sistemi complessi aiuta le persone di buona volontà a comprendere come si dovrebbe convivere invece con i molti fenomeni inaspettati e l’assenza di pensieri unici o rigidi. Sia che si tratti di una persona, di una comunità o di una galassia o dell’intero universo. Da questo punto di vista diventano elementi valoriali le piccole comunità (mai più di 30.000 persone come da decreto Balduzzi), l’autonomia organizzativa e gestionale della medicina di base, l’abolizione delle Aziende e del potere regionale, la cancellazione delle leggi delega in sanità…

La vera prossimità non è una struttura muraria in conto capitale ma una organizzazione intellettuale perché, nel momento del bisogno, non è tanto la logistica del servizio a portata di mano che conta, è molto più importante essere curati molto bene ed essere presi in carico addirittura benissimo. Creatività, capacità di sorprendere, una visione olistica del sapere, la co-operazione, le abilità computazionali, l’immaginazione, le programmazioni avveniristiche saranno abilità che verosimilmente apparterranno alle nuove generazioni competenti nella teoria complessità.

La loro più importante inclinazione sarà quella di passare dal cotesto “conosciuto” all’antecedente sconosciuto (ragionamento logico dell’abduzione che contiene anche la deduzione e l’induzione) avranno l’ardire di fare ipotesi sorprendenti, impreviste, creative, contestuali, senza il giogo dato da certezze e verità stantie, protocollari o normative.

Questa nuova stagione di exit strategy mostrerà la vera ricerca scientifica/antropologica, non di coorte, che inizierà proprio dalla medicina generale territoriale dove la prassi quotidiana sosterrà la messa in discussione delle certezze. “Sorprendentemente” gli orizzonti e le esperienze diverranno enormi e saranno rese solide dall’alleanza professionisti/assistiti/volontariato. L’appropriatezza di per sé non esiste è sempre stata una esigenza aziendale/neoliberale. Un MMG leader e autorevole, con la conoscenza diretta delle persone, può invece nel tempo raggiungere una sostenibilità economica impensabile tanto da essere re-investita. Finalmente i dati raccolti nel tempo dai mmg (e non dalle aziende) dimostreranno che le cure primarie saranno perfettamente sostenibili, che vi saranno fondi aggiuntivi derivanti dalla consapevolezza diffusa nel quartiere e dalla economia reale.
Gli assistiti considereranno i loro MMG punti di riferimento anche etici ed estetici consapevoli che la vita rappresenta la massima complessità immaginabile perché gratuitamente appare e gratuitamente scompare.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

03 ottobre 2025
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Diritto alla salute o diritto al vivere

Sabato 27 settembre 2025 il Dott. Bruno Agnetti ha preso parte al convegno “La riforma della sanità territoriale: guardare al futuro con consapevolezza”, svoltosi presso la Sala Salieri di Veronafiere, con un intervento dal titolo “Diritto alla salute o diritto al vivere”, riportato di seguito.

DIRITTO ALLA SALUTE O DIRITTO AL VIVERE - Bruno Agnetti


La narrazione favoleggiante sulle Case di Comunità

29 APR - Gentile Direttore,
sul tema “comunità”, che per estensione potrebbe inglobare anche il termine “Case della Comunità”, sembra proprio che Bauman e altri pensatori insieme a lui (Zamagni, Cavicchi, Benasayag, Byung-Chul Hann, Benanti, Floridi, Mortari, Morin…) abbiano scritto inutilmente le loro opere. Se le varie forme di “comunità” si sono liquefatte sotto i colpi della globalizzazione, dovrebbe apparire paradossale, una vera contraddizione in termini, imporre, oggi, per normativa, strutture edilizie in conto capitale definite “Case della Comunità” (CdC). Forse sarebbe stato più lineare continuare a definirle “Case della Salute” (CdS).

La vulgata che le CdC siano una innovazione nei confronti delle CdS in quanto nelle CdC verrebbero inseriti, in modo tutt’ora incomprensibile, il terzo settore e il sociale non corrisponde al vero: basta leggere i documenti riferibili alle CdS (2010) ed eseguire una banale ricerca per parole chiave. Così come potrebbe essere sorprendente scoprire che i temi dell’ambiente e del contesto (oggi è di tendenza il temine “one health”) sono già ricompresi addirittura nella legge 833 del 1978. 

La narrazione favoleggiante sulle CdC è quindi triste ed infelice dall’inizio, manca di trasparenza, è informativamente asimmetrica. Non risolverà i gravi problemi che discriminano assistiti e professionisti in quanto differenziati nella fruizione dei servizi. Pare ancora una volta che la visione individualistica e consumistica aziendale abbia il sopravvento e manifesti l’incapacità di sperimentare nuovi assetti comunitari immersi nella molteplicità della complessità e che rifiutano la gerarchizzazione proprio perché gli assistiti ed i professionisti non sono riducibili ad una rigida dimensione.

In ogni caso l’istinto ontologico volto a creare piccole comunità potrebbe trovare, in ambito sanitario, un estremo appiglio proprio nella relazione fiduciaria (rito collettivo?) che contiene in sé aspetti pattizi ed etici.

Le situazioni di commissariamento e sub-commissariamento che perdurano, anche in realtà unanimemente considerate modelli per il paese, non aiutano né a cogliere il significato di siffatte precarietà gestionali/organizzative né a limitare le problematiche che tendono a deteriorarsi di mese in mese. Il caos non permette mai di conoscere una strada da seguire ma abbandona le persone e i professionisti di buona volontà ad un orizzonte impenetrabile.

E’ commovente come, ancora una volta, nelle regioni dove le Ausl si reputano, in modo autoreferenziale, le più avanzate, siano state organizzate, dalle Aziende Sanitarie insieme alle Amministrazioni Comunali, all’Università e ad alcune Associazioni estranee ai territori di interesse, percorsi formativi per i soggetti che direttamente o indirettamente dovranno, secondo gli intenti, popolare le CdC. I percorsi dovrebbero servire ad accompagnare la così detta “partecipazione dal basso”. Fotocopia di quanto è già capitato all’inizio della stagione consociativista per le Case della Salute con i risultati che sono di fronte agli occhi di tutti.

Secondo la letteratura, l’attività di condivisione delle scelte sanitarie pubbliche che interessano i cittadini di un quartiere dovrebbero seguire le regole della co-operazione e riguardare l’intero processo decisionale. Significa che bisognerebbe partire insieme, allineati e parificati, nel rispetto delle specificità non gerarchiche ma curriculari. Il primo step è quello dell’ideazione. Poi si passa alla progettazione, di seguito alla realizzazione per poi terminare con la sperimentazione e la stabilizzazione. Il compendio è dato dalla rendicontazione rivolta ad es.: alla popolazione di un quartiere da parte dei professionisti fiduciari di riferimento che sovraintendono l’intero processo. Quando invece le istituzioni sovraordinate (es.: DM77, Metaprogetto, Regione, Ausl, Amministrazioni locali, Associazioni nazionali…) cercano di convincere i diretti interessati “ad integrarsi” alla fine del processo, cioè dalla coda, allora la trasparenza fa difetto e si crea quella che si definisce una asimmetria informativa. Ed è qui che casca l’asino.

Desta oltremodo meraviglia che le istituzioni (e di conseguenza i processi di formazione da loro attivati) non siano nemmeno in grado di conoscere e di valorizzare esperienze che negli anni si sono dispiegate sotto il loro naso. Oltre alla cronicità e alle fragilità esistono anche persone della 3° e 4° età ancora in buona salute che avrebbero un grande vantaggio nel poter usufruire di servizi sociosanitari completi in una struttura di quartiere raggiungibile in 15 minuti dalla propria abitazione. Si dovrebbe considerare che numerosi pensionati e anziani, ormai mediamente alfabetizzati in ambito sanitario se non addirittura intellettuali del settore, sono in grado di avvalorare ancor di più la stratificazione generazionale professionale, i quartieri e il volontariato. Soprattutto non gradiscono essere considerati manovali prestazionali finalizzati all’efficientamento di disservizi di competenza pubblica.

Le notevoli risorse utilizzate per dare vita a Comitati di Indirizzo, Gruppi di Progetto, Patti Sociali, Percorsi Formativi hanno ignorato il contesto specifico, hanno coinvolto associazioni esterne ai quartieri o ingaggiato soggetti privi di curriculum coerente. Si è arrivati perfino a sostenere modelli amazzonici (sic!) per i “nostri” territori.

Dalla stagione delle “Case della Salute” ciò che non è mai stato effettivamente risolto è la necessaria parità di risorse di partenza per cittadini e professionisti (strutturali, organizzative, gestionali ed economiche). Molti pazienti, di fatto ma non di diritto, e i loro professionisti sono quindi diventati, da numerosi anni, di serie B. Tuttavia, i mmg, ancora punti di riferimento per una popolazione, anche se discriminati, tentano di risolvere i bisogni dei loro assistiti nel miglior modo possibile. Non si può però pretendere da questi medici più di quello che fanno anche perché, se il SSN sta ancora in piedi, molto è dovuto al loro silenzioso e quotidiano lavoro di prossimità. Il pensiero unico, che si auto assolve sempre da ogni responsabilità, non si è mai interessato fattivamente delle competenze delle piccole comunità forse irritato da una loro, ormai esigua, autonomia (che verrebbe eliminata completamente dalla dipendenza). Spesso ne hanno ostacolato l’operatività tanto che, nelle inevitabili difficoltà, prontamente puntano il dito su un presunto insufficiente volontarismo di professionisti e cittadini.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

29 aprile 2024
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