L'altra prossimità

Le équipe nelle Case della Comunità: tra modello teorico e realtà dei sistemi complessi

Gentile Direttore,

la recente pubblicazione de “Le équipe multiprofessionali e multidisciplinari nelle Case della Comunità: linee di indirizzo tecniche” di Agenas (QS il 28 luglio 2026) offre uno spunto prezioso per riflettere sul futuro delle cure primarie in Italia.

Il documento è accurato, ricco di riferimenti internazionali e graficamente impeccabile. Tuttavia, come spesso accade nei modelli progettati a tavolino, la distanza tra la rappresentazione teorica e la realtà operativa dei territori, ancora da realizzare operativamente, rimane significativa.

L’assunto di fondo è accettabile con riserva: il lavoro multiprofessionale “produce” esiti migliori rispetto all’azione isolata del singolo professionista. Il termine “produzione”, che compare più volte nel testo dell’Agenas, tende a ridurre l’attività del medico a un processo lineare input output, tipico del linguaggio aziendalista. Nei sistemi complessi, invece, gli esiti sono fenomeni emergenti derivati da interazioni, adattamenti, contesti, spesso imprevedibili. Non si “producono” ma si generano. Si può ritenere che un mmg venga “eletto” leader dal processo fiduciario e che diventi un esperto nei sistemi complessi. Il medico di base, per forza di cose, diventa qualcuno che sa leggere le interazioni, sa gestire la grande incertezza ontologica, facilita processi collaborativi e fa emergere soluzioni dei problemi piuttosto che imporre regole e controlli.

Ciò che appare meno esplorato, nell’elaborato, è il processo attraverso cui un’équipe nasce, si consolida e diventa realmente capace di operare come sistema. Nei SerDP, dove la pratica dell’équipe è radicata da decenni, la costruzione delle relazioni professionali – fiducia reciproca, responsabilità condivise, appartenenza a una comunità di competenze – rappresenta la vera infrastruttura del lavoro quotidiano. È una cultura che può forse essere trasferita alla medicina territoriale, ma non può essere istituita per decreto.

Le Linee di indirizzo adottano il linguaggio della complessità, ma continuano a muoversi entro categorie organizzative lineari. Flow chart, ruoli, procedure, équipe di base e allargate, leadership verticali e orizzontali (termini datati e anacronistici) vengono descritti con dovizia di particolari, ma la vita reale delle cure primarie raramente procede per sequenze ordinate. Il documento non parla mai della teoria dei sistemi complessi. Non usa mai l’espressione “sistemi complessi”. L’unico testo in bibliografia (per altro molto corposa) che tratta la complessità in senso epistemologico è The Flow System (Turner et al., 2022). Così sembra “esotico” e di tendenza guardare oltre oceano e nell’altro emisfero per trovare modelli di équipe multiprofessionali: l’Italia possiede numerose esperienze spontanee, consolidate e culturalmente radicate che operano da decenni come veri sistemi adattativi complessi (SerDP, cure palliative territoriali, Case della Salute, esperienze di assistenza domiciliare integrata, comunità professionali nelle piccole realtà interne…). Il punto non è importare modelli per altro validi per quei territori (dove il team è realmente integrato, governa la complessità del territorio ed è la comunità che partecipa alla presa in carico) ma riconoscere e valorizzare ciò che già esiste.

Un anziano fragile, una famiglia multiproblematica, un paziente psichiatrico o una persona con pluripatologie, la relazione tra colleghi o con l’AUSL non seguono percorsi predefiniti. Ogni intervento modifica il contesto, questo ridefinisce le esigenze, le necessità poi trasformano continuamente il progetto assistenziale. E si riparte ancora da capo.

Il limite del documento non risiede negli strumenti organizzativi in sé, ma nell’idea che essi possano appartenere ai sistemi complessi. Le équipe (meglio se definite team) non sono semplici aggregazioni multiprofessionali: sono sistemi adattativi, capaci di apprendere, cambiare configurazione, generare proprietà emergenti e, talvolta, fallire. La loro qualità non dipende dalla perfezione del modello, bensì dallo spessore delle relazioni che lo sostengono. È questo patrimonio invisibile – fiducia, responsabilità, linguaggi condivisi – che permette a un’équipe/team di durare nel tempo e di affrontare la variabilità dei contesti.

In Italia, la riforma del Titolo V rappresenta un “collo di bottiglia” strutturale inevitabile. Una dichiarazione di intenti non dispone degli strumenti per garantirne l’attuazione uniforme. La qualità delle équipe/team e delle Case della Comunità (hub o spoke?) continuerà a dipendere dalle capacità programmatorie e culturali dei singoli sistemi regionali. È un limite strutturale che nessun documento tecnico può colmare.

Il rischio, dunque, è quello di progettare un sistema complesso costruendolo però come se fosse la somma delle sue parti: definendo in modo lineare ruoli, procedure, leadership, senza interrogarsi sulle condizioni che permettono alle relazioni professionali di emergere e consolidarsi. Un modello organizzativo considerato buono non coincide necessariamente con un buon modello epistemologico.

Forse il futuro delle Case della Comunità non dipenderà soltanto dalla qualità degli edifici, dalle équipe/team ben normate, dalla precisione delle procedure e dalla vaghezza delle AFT (ma non si poteva iniziare da qui per dare origine ai team approfittando della leadership collaudata dei referenti di AFT?). Dipenderà soprattutto dalla capacità di riconoscere che il benessere dei professionisti e delle loro comunità di riferimento nasce dall’intreccio dinamico tra dimensione biologica, psicologica, sociale, relazionale letti all’interno della teoria dei sistemi complessi. In questa prospettiva, la vera infrastruttura delle cure primarie è costituita dalla rete di relazioni che genera una comunità di assistiti e professionisti capaci di apprendere, adattarsi e generare fiducia.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

30 Luglio 2026

© Riproduzione riservata


Le cosiddette riforme si moltiplicano e si impongono, ma l’innovazione esisteva già

Gentile Direttore,
che il maggior quotidiano economico nazionale, Il Sole 24 Ore, dedichi una riflessione alla medicina generale territoriale (“Io medico di famiglia in Casa di Comunità ci vado per scelta non per obbligo”, di Tullia Mastropietro, 12 luglio 2026) è un fatto che merita attenzione. Potrebbe indicare che la questione ha ormai superato il dibattito professionale: riguarda la compossibilità del Servizio sanitario nazionale, la coesione sociale e territoriale, la professione medica e la capacità delle istituzioni di governare il cambiamento.

Il nodo più difficile sembra essere l’impossibilità di superare equilibri consolidati. Il Titolo V, nato per valorizzare l’autonomia territoriale, ha progressivamente costruito una rete complessa di responsabilità, interessi e livelli decisionali che rischia di ostacolare il passaggio da una sanità organizzata secondo logiche istituzionali a una sanità progettata a partire dai bisogni delle persone.

Le riflessioni apparse sul quotidiano economico richiamano un tema già affrontato su Quotidiano Sanità nell’articolo “La medicina generale territoriale e il paradosso delle riforme” (16 giugno 2026), dove si evidenziavano alcune antinomie: il sistema sanitario sembra faticare non solo a progettare l’innovazione, ma soprattutto a riconoscere e valorizzare quella che nasce spontaneamente al proprio interno.

Vale la pena ricordare che, ben prima dell’attuale stagione di “riforme imposte”, presentate come innovative ma spesso fondate su logiche obsolete e su una narrazione autocelebrativa di semplice ammodernamento formale, molti medici di medicina generale avevano già scelto di investire nella sanità di iniziativa, nella prossimità, nella multidisciplinarietà e nell’integrazione professionale. Chiedevano con determinazione di lavorare in Case della Salute di dimensioni adeguate, oppure costruivano spontaneamente, con risorse proprie e forte motivazione professionale, Medicine di Gruppo evolute che anticipavano elementi oggi attribuiti alle Case della Comunità. Eppure, in molti contesti, quelle esperienze furono ostacolate, rallentate, limitate o non sostenute, come se una maggiore capacità organizzativa della medicina generale fosse una criticità più che una risorsa strategica per il sistema.

Ogni sistema complesso evolve quando valorizza le proprie dinamiche adattive. Se invece l’istituzione tende a controllare, comprimere o burocratizzare l’assistenza attraverso una continua proliferazione di regole, rischia di annullarne la capacità generativa. La medicina territoriale non può essere costruita solo con norme, finanziamenti e nuovi contenitori: richiede la capacità di riconoscere e sostenere le energie professionali che nascono nei territori.

Il paradigma bio-psico-sociale e dei sistemi complessi insegna che la salute nasce dall’interazione tra persone, professioni, comunità e contesti. Allo stesso modo, il valore dell’organizzazione emerge dalle relazioni e dalla cooperazione, non dalla sola architettura istituzionale. Per questo le riforme producono risultati duraturi solo quando trasformano le competenze diffuse in patrimonio comune, senza limitarsi a ridefinire assetti formali.

Forse la domanda alla quale oggi le istituzioni dovrebbero rispondere è la seguente: perché, quando l’innovazione era già presente e proveniva dagli stessi professionisti, il sistema non è stato capace di farne il motore del cambiamento anzi, lo ha bloccato? Senza una risposta convincente a questo interrogativo, il rischio è che anche le riforme più ambiziose continuino a rincorrere il futuro senza riuscire realmente a costruirlo. I riordini non falliscono soltanto quando mancano le risorse. Si dimostrano incapaci di affrontare il problema perché non riconoscono il valore dell’innovazione che nasce dalla responsabilità professionale in quanto troppo occupati a garantire il controllo (es.: il “debito orario” semanticamente molto infelice) È su questo nodo che oggi si gioca il futuro della medicina territoriale italiana.

Come spesso accade nelle grandi questioni organizzative, la risposta può apparire semplice solo quando la si osserva a posteriori. La vera domanda, tuttavia, non è perché oggi quella soluzione sembri così evidente, ma perché i meccanismi decisionali della sanità territoriale non abbiano saputo riconoscerla quando prendeva forma spontaneamente all’interno della professione.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

13 Luglio 2026

© Riproduzione riservata


L'altra prossimità

L'altra prossimità

Gentile Direttore,
sia concesso che il primo capoverso di questo contributo contenga un pensiero rivolto ad Edgar Morin. Senza pensare di compiere una irriverenza ci chiediamo se, anche Edgar, avrà pensato, come è capitato al Grande Capo Indiano Old Lodge Skins (Vecchia pelle di tenda), che il 29 maggio 2026 fosse un buon giorno per morire…lasciandoci tutti stupefatti perché ancora lì, in attesa, anche di un solo pensiero che potesse illuminare, con i suoi fenomeni emergenti imprevedibili, impensabili, scintillanti i nostri sistemi umani, più che umani e sempre più complessi. Un buon viaggio, caro amico.

Più volte abbiamo avuto l’occasione, grazie a QS, di affrontare il tema della prossimità: un principio di vicinanza curativa alle persone che ha “molti modi di abitare i molti mondi”.

A suo tempo si è argomentato sul fatto che la sovrapposizione del concetto di prossimità con quello di Case della Comunità sia stato un grave errore che solo il tempo potrà sanare. La locomotiva impazzita è partita, a tutta velocità… e non ha più il macchinista. È evidente che la prossimità non verrà garantita dalle CdC, dal ruolo unico, dal debito orario, dalla dipendenza/parasubordinazione spinta, dalle équipe (come quelle chirurgiche?) che dovrebbero funzionare come team (co-operazioni multiprofessionale, multidisciplinare e multisettoriale senza gerarchia, con un leader morale ed autorevole) ma che si chiamano sempre comunque équipe… ma che monotonia!

Se poi ci fosse una competizione tra le storiche Medicine di Gruppo (che per anni, soprattutto nelle periferie, hanno sopperito alla mancanza di servizi istituzionali) e le CdC, sicuramente la compagine che potrebbe ottenere la qualificazione ai mondiali non sarebbe certo quella delle CdC.

In sintesi, oggi, nessuno è in grado di operare affinché la casa (dell’assistito) diventi il primo luogo di cura, meglio dei mmg.

Durante il mese di maggio, in molte realtà, sono stati approfonditi temi relativi al ruolo svolto dal caregiver (CG) famigliare (da non confondere con il caregiver professionale o badante). Il DDL n.2789, attualmente in discussione in Parlamento denominato: “Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari”, ha riacceso l’interesse su questo argomento che, per numerosi aspetti, ha molto a che fare con la prossimità. L’impegno spesso silenzioso (Ivan Illich, Gender, 1982), vissuto all’interno delle mura domestiche, raramente riconosciuto dalle istituzioni, dalla scuola e persino dai servizi sanitari comporta importanti implicazioni sociali, educative e sanitarie.

Non è un fenomeno casuale. È il risultato di profonde trasformazioni demografiche, sociali ed assistenziali che stanno modificando il modo (cioè la cultura) in cui la cura viene organizzata all’interno delle famiglie.

Recentemente il “Rapporto dell’Osservatorio Long Term Care” del CERGAS – SDA Bocconi di cui sono stati pubblicati i risultati nel 2022 dopo una rielaborazione dell’Istat e la ricerca “Giovani caregiver: la sfida della cura tra le generazioni”, 2023, eseguita dall’Università Cattolica di Milano hanno sancito la significativa evoluzione della pratica assistenziale domiciliare. Si ipotizzano circa 7 milioni di caregiver (CG) a cui andrebbe aggiunto 1 milione di badanti (dati sottostimati). Tra questi vi sarebbero 400.000 CG giovani e giovanissimi: studenti, universitari, ragazzi che hanno un lavoro extra familiare che si trovano improvvisamente a gestire farmaci, appuntamenti, visite specialistiche, relazioni con i servizi. Verosimilmente solo 52.000 CG potrebbe rientrare nei criteri per ricevere il contributo mensile di 400 euro (prima fascia) ma sembrano interessanti le agevolazioni nominali che potrebbero interessare le altre 3 fasce non remunerate.

Le nuove generazioni si trovano, quindi, a sperimentare la fragilità costitutiva propria e del familiare assistito. Non è raro, in ragione dell’aumento dell’aspettativa di vita, che nello stesso spazio e nello stesso tempo convivano quattro o addirittura cinque generazioni (bisnonni, nonni, genitori, figli e nipoti). Mai, nei precedenti periodi storici, si era verificato un fenomeno di tale portata con netta presenza di differenze culturali.

La cura, dal punto di vista antropologico ed esistenziale, rappresenta una dimensione connaturata all’essere umano (ontologica). Ogni persona nasce fragile, incompiuta, vulnerabile e dipendente dalle relazioni. Non esiste una vita umana che non abbia ricevuto cura e che non sia stata, a sua volta, chiamata a prendersi cura di qualcuno. Per questa ragione la cura non è epistemologicamente una prestazione. Eppure la logica neoliberale della performance, dell’efficienza e dell’ottimizzazione tende a trasformare ogni esperienza in un obiettivo da raggiungere. Di conseguenza anche il prendersi cura rischia di essere interpretata come un “prodotto” da realizzare e la fragilità come un errore da correggere.

Il CG familiare, soprattutto se giovane, invisibile, non formato vive quotidianamente questa contraddizione. Da qui possono sorgere sentimenti ambivalenti di conflitto intergenerazionale, sensi di colpa, isolamento sociale, burnout, autosfruttamento, processi di adultizzazione precoce, abbandono o difficoltà scolastiche, interferenza sulla costruzione della propria identità personale. Alcuni giovani CG riescono tuttavia a gestire il conflitto intergenerazionale e mettono in moto un dialogo tra mondi diversi, linguaggi differenti, esperienze lontane. Si crea così uno spazio di riconoscimento reciproco e di concreta prossimità.

E’ evidente che l’alleanza tra CG e MMG assume un significato simbolico/strategico di primaria importanza perché diviene l’elemento risolutivo di una prossimità territoriale realmente attuata con una organizzazione molto leggera e quasi senza sovrastrutture. Il medico di medicina generale MMG conosce la storia clinica della persona e della famiglia, le fragilità, le risorse, le possibilità concrete (rapporto fiduciario). Conosce il territorio, le opportunità assistenziali disponibili, i percorsi di accesso ai servizi e le difficoltà burocratiche (es.: medici di una AFT con il proprio referente e i componenti delle varie Medicine di Gruppo della stessa AFT/quartiere). Per il giovane caregiver CG questo patto con il MMG rappresenta un autentico filo di Arianna capace di annullare le frammentazioni e costruire un vero progetto assistenziale personalizzato e di prossimità.

“Che c’azzecca” il debito orario, le CdC spoke (sparse senza una logica assistenziale… che non possono essere nemmeno considerate “territoriali” se vengono inaugurate all’interno degli ospedali), le CdC Hub (straordinariamente rare), gli Ospedali di Comunità (anch’essi orientati a fare le lungodegenze di serie B nei nosocomi, le équipe (chirurgiche?), il ruolo unico (poco desiderabile e ricercato), la dipendenza o la convenzione fortemente parasubordinata, i dipendenti ospedalieri che si dimettono e vanno a fare lea guardia medica, i COT, le UCCP…

Come pensava il Grande Capo Indiano “Vecchia pelle di tenda” da qualche parte occorre pur ricominciare. Ri-emergerà, come sempre, un fenomeno inatteso ed inaspettato che darà vita ad una medicina territoriale del futuro molto complessa e compossibile: capace di costruire relazioni di fiducia, di valorizzare le competenze organizzative e relazionali diffuse e di trasformare la fragilità condivisa in una responsabilità di comunità.

 

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

09 Giugno 2026

© Riproduzione riservata

 


Doc Agenas

Atto di indirizzo, Decreto Legge...e poi?

Gentile Direttore,
tempestivo e puntuale è stato il sunto, da lei elaborato il 22 di Aprile su QS, relativo all’ultimo documento pubblicato dall’Agenas. Negli ultimi anni il tema delle CdC (ingigantito e di molto sopravvalutato) ha fagocitato il dibattito culturale sull’innovazione territoriale. Ogni possibile alternativa, probabilmente molto più funzionale alla “prossimità’” e ad un'illuminata distribuzione delle risorse, è stata soffocata.

Alcuni studiosi sostengono che altre opzioni avrebbero posto rimedio ai molteplici bisogni territoriali attuali riportando così il SSN nella scia del prestigioso Servizio Sanitario Nazionale nato dalla legge 833/1978. Tuttavia, dotti e sapienti sono nati tutti in un colpo, dopo la pubblicazione del PNRR, come i prugnoli in questo periodo, sgomitando a destra e a sinistra.

I guai originano proprio dal frutto proibito; infatti, mai è stato messo in discussione (e quindi pensato e falsificato scientificamente) l’obbrobrio della orrenda e maldestra traduzione del termine “prossimità’” dell’UE con la “Casa della Comunità & correlati”. Un fiume di inchiostro è stato così versato da coloro che si sono auto-referenziati come “esperti di fatto” riuscendo a suggestionare documenti, accordi e ad influenzare numerosi operatori ingenui. Anche il mite Schillaci, stremato dall’esperienza di dover confrontarsi con le labirintiche regioni, forse stanco di salir e scendere le altrui scale ben protette e garantite dal Titolo V, ha optato, con il prossimo Decreto-legge previsto a giorni, per una soluzione relativamente semplice, drastica, verticistica cioè quella della dipendenza dei mmg agognata da anni dalle regioni. Il fine è quello di incrementare l’ambito di influenza delle regioni stesse sui dipendenti (panem et circenses), ma soprattutto di ampliare il bacino di consensi da utilizzare al momento opportuno.

Quando, nonostante tutto, si sostiene un sistema verosimilmente fallimentare (CdC) perché tutti ormai sono consapevoli che è già ora (2026) di iniziare a restituire il prestito alla UE, sembra che le istituzioni abbiano più a cuore il neo-liberalismo e il consumismo (aziendale) che il bene-essere delle persone.

Ora la stessa Agenas tenta, inutilmente e con un ritardo clamoroso, di incrinare un'infinità di luoghi comuni, cliché e banalità, purtroppo condivise in ambiti inattesi (come quelli delle associazioni intermedie), riportate poi negli ACN, negli AIR e nelle intese locali dove la professione medica ne esce profondamente umiliata e impoverita.

Il documento Agenas palesa una realtà ineludibile per coloro che da anni dibattono sul riordino delle cure primarie: il re è ancora tutto nudo, mostra le proprie vergogne ed è essenziale/urgente (dopo DM77, ACN, AIR di vario tipo, contrati aziendali ecc.) reinterpretare da capo quel poco che rimane di recuperabile. Nel teatro greco il deus ex machina entrava in scena quado la trama non riusciva più a dipanarsi; allo stesso modo, Agenas diffonde un nuovo atto di indirizzo. Ma l’Agenzia non è la stessa del faraonico “metaprogetto” del 2022? Non è quell’ufficio che supporta i servizi sanitari nazionali e regionali anche per quel che riguarda gli ACN, gli AIR e altri provvedimenti amministrativi?

Il dato politico-istituzionale è rilevante: quando un ente tecnico centrale tenta di mettere ordine su concetti tanto basilari accentua la fragilità delle norme e delle certezze pregresse carenti proprio di aspetti organizzativi-professionali di valore. È un sintomo di evidente difficoltà programmatoria nel tradurre richieste e bisogni sociali in modelli coerenti e durevoli. L’inadeguatezza delle normative contrattuali e il loro intrinseco neo-liberalismo consumistico emergono soprattutto quando concentra benefici nelle mani di pochi, penalizzando i più.

Le CdC adottate in fretta e furia universalmente come strategico investimento in conto capitale “son men che niente” se, l’idea di prossimità, non ha coerenza con i bisogni sociali. L’ossessione delle misurazioni e dei monitoraggi può essere risolta facilmente da un semplice computer nemmeno tanto moderno. Sono l’integrazione, il rispetto (eventualmente delle aziende verso i professionisti) e la fiducia ad essere “difficili” da misurare, sono complessi!

Come se non bastassero il DM77 (tanto celebrato) l’ACN e AIR, le linee di indirizzo dell’Agenas arriva anche il Disegno di Legge del Ministero della Salute che ripropone l’ineffabile idea della dipendenza per i professionisti della medicina generale. Sia chiaro da subito, non sarà una norma per tutti ma, già si prevede, un doppio binario, un po’ qui e un po’ là. Un po’ nelle CdC e un po’ senza CdC, Un po’ con ruoli e funzioni e un po’ senza più le medicine di gruppo/aggregazioni territoriali (dette ora équipe) o le AFT. Un po’ con preoccupanti debiti orari, un po’ con un monte ore professionale che supera di molto le illusorie 38 ore settimanali. Per carità, sono orientamenti tecnici, perché, per il resto, è pacifico che nei territori non stiano avvenendo, con la sigla di accordi locali fortemente sponsorizzati dalle aziende, disastri professionali ed assistenziali.

Tuttavia il SSN da tempo disponeva, al proprio interno, di un modello di organizzazione e di integrazione multiprofessionale, multidisciplinare, orientato alla presa in carico. Tali risorse culturali organizzative e operative non sono mai state assunte come paradigma generale per la riforma della medicina generale territoriale e la loro marginalizzazione costituisce uno dei più gravi errori strategici nei confronti della cronicità. La tendenza “modaiola” e il pensiero unico relativo alla CdC ha, di fatto, portato ad intendere che il SSN dovesse inventare da zero nuove forme di lavoro integrato palesando così la mancata capacità istituzionale di riconoscere e valorizzare ciò che il sistema ha al proprio interno (SerDP).

A cosa serve il monitoraggio se il sistema non è maturo per osservare, comprendere, rafforzare, diffondere?
A cosa serve il debito orario se il concetto di “prossimità” resta una produzione burocratica/governamentale e non un concetto culturale formato da numerose dimensioni (accessibilità, continuità, integrazione, personalizzazione)?

Numerose volte si è argomentato sul significato culturale dei termini équipe e team.

Nelle équipe competenze diverse convergono verso un risultato lineare tecnico preciso, come capita nelle équipe chirurgiche che agiscono quasi al pari di un soggetto collettivo stabile che condivide le responsabilità. Nel team si bada di più al metodo, alla performance, ai processi, agli obiettivi. Insomma, nella medicina generale territoriale si affrontano più problemi complessi interdipendenti e mutevoli. La dimensione clinica si intreccia in modo paritario con fattori sociali, cognitivi, funzionali, ambientali e relazionali.

La linea di demarcazione verrebbe comunque annullata da un'abolizione della convenzione della medicina generale in favore di una dipendenza, in quanto un’azienda può in autonomia definire un processo con termini, definizioni, coordinatori e leadership nominati.

Se una agenzia come l’Agenas ha sentito la necessità di ribadire alcuni concetti di prossimità e di presa in carico significa che, forse, nei documenti pregressi (ACN, AIR, DM77…) qualche cosa di sostanziale deve essere sfuggito… Infatti il documento termina con un richiamo al “team” working. Forse nel concetto di équipe e di leadership a “geometrie variabili” può fare intuire una deregulation in merito alla responsabilità ontologica di chi ha la cultura di prendersi cura?

 

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

Bruno Agnetti

27 Aprile 2026

© Riproduzione riservata

 


La colata piroclastica inarrestabile

16 GIU - Gentile Direttore,

le comunità sono “sistemi complessi che manifestano proprietà emergenti” e come tali dovrebbero essere considerate. L’anonimato e la frenesia del vivere quotidiano hanno però indebolito la trama che legava quelle realtà complesse. Alcuni storici valori (le relazioni, le identità, il mutuo sostegno…) possono, forse, ancora essere ritrovati solo nei piccoli centri o nei quartieri/rioni.

La così detta “pro-attività “delle comunità è svilita da una forte istituzionalizzazione se non da una ossessiva attività amministrativa che disancora ancor di più le componenti territoriali dagli organismi ufficiali. Numerosi sono gli esempi di formazioni culturali o di volontariato studiate a tavolino nei corridoi che contano mascherate poi da iniziative originate dalla collettività da utilizzare come produttori di opinione pubblica (opinion makers o influencer). Anche in questo campo è molto difficile riuscire a liberarsi dell’economicismo e dal business.

Sorprende ancora di più come alcuni distretti si siano ossessivamente impegnati, nella loro pur legittima funzione politica-amministrativa, a distruggere negli anni ogni forma innovativa di partecipazione faticosamente realizzata da professionisti e cittadini.

Sono recenti le nuove trovate (furbacchione) di accorpamento funzionale di AFT al fine di poter dichiarare di avere una Casa della Comunità hub per ogni AFT (riducendone di fatto il numero da attivare). Gli accorpamenti diventano ambiti eccessivi, funzionali all’amministrazione ma antitetici alle comunità.
Si realizza così una situazione molto particolare dove diventa obbligatorio, per i mmg singoli o di CdC spoke, “interfacciarsi”, “rimodularsi”, “partecipare alle turnazioni”.

Si prefigurano ipotesi di Case della Comunità inserite addirittura all’interno degli ospedali dove le recenti ristrutturazioni nosocomiali hanno liberato numerosi “padiglioni” che gli assessorati vorrebbero riutilizzare. Esempio plastico di assistenza territoriale di prossimità!

È verosimile che tutto questo disastro intellettuale/culturale derivi “ab origine” dall’errata interpretazione del concetto di “prossimità” suggerito dal documento “Nex generation UE” e tradotto in un pensiero uniformato, unico, tenace ed ostinato (Case della Comunità). Le CdC sono state accreditate di una aspettativa tale, rigida ed indiscutibile, da divenire foriera di facili profezie avverse auto avverantesi. Ma non sarebbe più comprensibile chiamarle Case della Salute delle comunità?

Dietro alla fascinazione di ciò che viene venduto come innovazione sanitaria-sociale si possono inoltre intravvedere logiche tipicamente tecnocratiche e di iper-istituzionalizzazione del concetto salute dove le elaborazioni , soprattutto di ausl e distretti, non risentono mai gli effetti di un effettivo confronto (indipendente) con ciò che già esiste nei territori: esperienze di bene-vivere o di bene-essere e di co-operazione tra operatori e cittadini in grado, nel tempo, di riparare il disastroso disegno progettuale territoriale in atto che sembra inarrestabile.

Per argomentare ulteriormente il tema si potrebbe dire che la letteratura di settore sembra bocciare completamente le attuali amministrazioni sanitarie regionali e locali anche sul piano prettamente culturale. Non solo il termine con cui vengono definite le così dette innovazioni territoriali (CdC) ma anche le idee architettoniche risultano completamente fuori tempo, contro ogni concetto di cura intesa come bene-esistere e di partecipazione delle comunità.

Sia sufficiente ricordare alcuni esempi di Case della Salute di comunità: CdS di Comunità di Ballarat, a Vittoria, in Australia; la CdS di Comunità a Gravesend nei pressi di Londra chiamato Waldron Health Centre; la CdS di comunità di Orense in Spagna; la CdS di comunità chiamato Kentish Town Health Center di Londra; la CdS di Matta Sur a Santiago nel Cile chiamato Centro Comunitario de Salud Familiar; la CdS di comunità di Vézalay in Francia; la CdS di comunità a Rauma in Norvegia chiamata Holistic Heatlhcare; la CdS di comunità di Gibraleon in Spagna; la CdS di comunità di tipo educativo ad Amburgo detta “Tor zur welf” cioè “porta sul mondo”…

È una policroma carrellata su idee e realizzazioni relative alle strutture sanitarie territoriali che hanno tutte la specifica caratteristica di essere molto belle. Anche moderne e funzionali ma soprattutto belle.

In questi edifici il personale che vi lavora e i pazienti ma anche i semplici cittadini di passaggio o che si trovano a prendere un caffè o a seguire una conferenza, si trovano molto bene e a loro agio. A volte guarire non è così importante come lo è in effetti l’essere perfettamente curati. L’ambiente, l’arte, il bello è già una cura (Film: Lo scafandro e la farfalla, miglior regia al Festival di Cannes, 2007).

Il paradosso è che “…del bel paese là dove 'l sì suona…” cioè nella patria del bello pare essersi proprio smarrita la consapevolezza di una sua caratteristica riconosciuta a livello universale anche a causa del tormento di un pensiero uniformato che non ha concesso nessuno spazio ad ideazioni armoniose ed attraenti. Basterebbe una realizzazione similare a quelle ricordate nell’elenco per rendere inutili norme cogenti o forzose (ad es.: per i mmg).

È come se un senso di mediocrità e di ricerca del massimo ribasso si sia impossessato anche delle menti e delle anime delle persone tanto che viene dato per scontato che le cose debbano andare così.

E la colata piroclastica è talmente potente nella sua progressione inerziale che nessuno (cittadini, associazioni, comunità, professionisti…) è in grado di modificare la sua evoluzione nefasta. Soprattutto si assiste ad una comunicazione completamente sbagliata ai cittadini cui si tende a far credere che gli asini volino pubblicizzando “un po’ di prestazioni, (s)vendute come meglio di niente,” distraendoli rispetto al loro diritto di presa in carico e di essere perfettamente curati (mdr da C.M. Maffei, Il DM77 è già in svendita…, QdS 13 giugno 2025).

Al fine, quando qualcuno finalmente riuscirà a tirare le somme di quanto capitato negli ultimi decenni al nostro sistema sanitario territoriale… a chi verranno attribuite le responsabilità?

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

16 giugno 2025
© Riproduzione riservata

 


Frammentazione del pensiero

08 MAG - Gentile Direttore,
i recenti contributi di A. Giustini (… come navigare nel vuoto spaziale, QdS, 5 maggio 2025) e di G.Pizza (… rimuovere le contraddizioni del SSN, QdS, 6 maggio 2025) hanno aiutato a riflettere sulle criticità organizzative “superficiali” e sulla confusione esistente tra una idea di riforma (I. Cavicchi) e una tecnicità pareggiabile o comparabile detta problem solving.

In alcune regioni considerate “modello” si sono verificate nell’arco di 15 anni talmente tante revisioni organizzative-assistenziali da portare inevitabilmente ad uno stato di profondo disorientamento i professionisti e gli assistiti.

Nel 2010 vede la luce un primo documento regionale sull’organizzazioni delle Case della Salute che risente delle considerazioni in atto, in quel momento, tra Conferenza Stato-Regioni (commissione sanità), Agenzie e Ministero.

Nel 2012 infatti, anche per quanto in discussione in ambito della Conferenza Stato-Regione, viene emanato il Decreto Balduzzi che formalizza i concetti di UCCP (Unità Complesse di Cure Primarie individuate per un ambito di circa 30.000 assistiti) e di AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali). Ogni regione poi darà interpretazioni proprie a questo decreto modificando il significato di UCCP in Case della Salute e di AFT in NCP (Nuclei di Cure Primarie).

Nel 2013 Deliberazioni Assembleari Regionali inseriscono la possibilità di considerare nelle UCCP o Case della Salute anche “letti territoriali “da cui poi si svilupperà l’idea degli Ospedali di Comunità.

Nel 2015 documenti inerenti le linee di indirizzo per l’assetto organizzativo delle Case della Salute regolarizzano la partecipazione delle comunità e delle associazioni dei cittadini alla vita della Case della salute (nulla a che vedere con un vero coinvolgimento ai vari livelli dei processi decisionali di professionisti e assistiti).

Nel 2016 vengono diffuse le indicazioni regionali per il coordinamento professionale all’interno delle Case della Salute con una suddivisione “a silos” delle aree professionali come se fossero reparti nosocomiali (vera e propria controriforma).

Nel 2017 partono alcuni programmi regionali formativi che vorrebbero promuovere l’integrazione multiprofessionale nelle case della salute ma che rinforzano le posizioni gerarchiche.

Nel 2018 gli Assessorati Regionali della Sanità di alcune regioni “esempio” ribadiscono che la popolazione di riferimento per una casa della salute grande deve contare circa 30.000 assistiti.

Nel 2020 il Next generation EU evidenzia come sia urgente la necessità di addivenire ad un rinnovamento dei sistemi sanitari nazionali indicando l’obiettivo della “prossimità” come intento principale.

Nel 2021 si approva il PNRR che, per quanto riguarda la sanità, nella missione 6, interpreta il concetto di “prossimità” uniformandosi, senza flessibilità, alla tesi, improvvisamente di moda, delle “Case della Comunità” cancellando con un colpo di spugna tutta l’elaborazione intellettuale e culturale sulle Case della Salute valutate negli anni precedenti da professionisti, intellettuali, comunità e società civile. Per inciso non sarà superfluo ricordare che tra servizi raccomandati, facoltativi ed obbligatori nessuna Casa della Comunità (hub o spoke) può superare il modello Casa della Salute detta “grande”.

Nel 2022 il DM 77 definisce un modello di assistenza sanitaria territoriale confermando il pensiero unico (Case della Comunità, Ospedali di Comunità, COT) e dimostrando di fatto l’incapacità di trovare una vera idea innovativa e riformatrice. A suo tempo non era stato possibile rifornire tutte le AFT di una Casa della Salute e così, oggi, non vi saranno Case della Comunità per tutti i territori e, di nuovo, si creeranno discriminazioni assistenziali e professionali.

Nel 2025 alcune voci, che originano dai corridoi dei palazzi che contano, sembrano annunciare iniziative di accorpamento tra AFT al fine di costituire nuovi ambiti territoriali più ampi dove vi sia, almeno, una Casa della Salute o una Casa della Comunità al fine di attuare le indicazioni del DM77. Tuttavia in questo modo si alterano le norme inerenti il numero di assistiti massimo per AFT e dei relativi professionisti. Paradossalmente questi eventi, considerati trascurabili tecnicismi per le alte dirigenze, confermerebbero la “legge” tipica dei sistemi complessi nei quali, anche variazioni iniziali minime possono però provocare risultati finali completamene inattesi, irrimediabili, catastrofici. Degno di nota, a riconferma di assenza di “pensieri pensati”, è il fatto che, nelle regioni considerate “modello”, proprio in quest’anno 2025, siano riapparsi e menzionati concetti come AFT e UCCP che si rifanno al decreto Balduzzi del 2012.

In tema di “accorpamenti” la ricerca di M. Mariani, A. Acampora e G. Damiani, pur datata (2017), aiuta a considerare come, partendo da alcune evidenze, i benefici attesi dagli accorpamenti sanitari, di vario tipo, sono stati disattesi generando ulteriore distanza tra le autocrazie regionali e professionisti/cittadini/assistiti. Le motivazioni che muovono le “fusioni” sarebbero di tipo economico e politico mentre l’aspetto assistenziale resta relegato nell’ombra. Non emergono risultati statisticamente significativi sull’efficacia clinica, preventiva, assistenziale, sull’accessibilità e sul coinvolgimento dei professionisti. C’è la percezione di un peggioramento nell’erogazione dei servizi. Non vi sarebbero quindi automatismi tra aumento delle dimensioni dei bacini di utenza ( es.: AFT o Aziende Uniche) e il miglioramento delle performance sanitarie.

Come volevasi dimostrare la macchina del così detto controriformismo e del neoliberalismo aziendale continua la sua folle corsa sostenuta da una selva di normative emanate dalla piramide gerarchica (accordi, intese, delibere, circolari, patti, norme transitorie, deroghe, interpretazioni, contraddizioni, sovrapposizioni normative…). Non c’è il minimo spazio per autocritiche, ripensamenti, confronti. Non ci sono speranze a breve. Forse saranno le nuove generazioni (Livia avrà un diritto pieno?, QdS, 24 aprile 2025) che troveranno modalità sostanziali (modifiche costituzionali?) al fine di sostituire califfati e mandarinati con comitati di salute pubblica, collegi territoriali, comunità, AFT e competenze computazionali autonome. Nel frattempo però il vassoio d’argento sembra già preparato per offrire una favorevole entrata in campo delle aziende private nei servizi sanitari territoriali e, in particolare, nella medicina generale di base.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

08 maggio 2025
© Riproduzione riservata


Davvero con le Case e gli Ospedali di Comunità per realizzare una sanità di prossimità?

18 MAR - Gentile Direttore,
il termine “comunità” rischia di diventare un oggetto inflazionato, démodé, di pronto consumo, un slogan automatico e spesso autoreferenziale appiccicato a qualunque cosa (case, ospedali, quartieri, situazioni…).

È noto che il Documento Next Generation UE ha raccomandato un riordino (a causa dell’esperienza covid) delle cure primarie territoriali orientandole al massimo della prossimità. Questa indicazione generale della UE è stata (da chi?) forzatamente incanalata in una direzione rigida, statica, protocollare, normata dalle agenzie (sistema delle Case della Comunità & degli Ospedali di Comunità & delle COT, ecc.) orientate ad azioni in conto capitale (una tantum). Attualmente la parte della gestione (conto) corrente secondo quanto riportato da Maragò e Rodriquez (QS del 13 marzo 2025) per le CdC è del 3%!

Eppure vi sarebbe stata a disposizione una corposa letteratura che indica possibili altre direzioni da percorrere probabilmente più aderenti ad una visione contemporanea della prossimità dove la teoria dei sistemi complessi viene opportunamente integrata con il paradigma bio-psico-sociale. Alcune strategie avrebbero potuto dimostrare molta più efficacia ed efficienza nell’assistenza territoriale di vicinanza e meno impegno dal punto di vista economico: ci si riferisce ad una revisione operativa delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT della Riforma Balduzzi 2012) dette anche dei Nuclei di Cure Primarie (NCP). Il prestito PNRR deve essere comunque restituito in quanto pur avendo ricevuto 68,9 miliardi a fondo perduto, 122,6 miliari dovranno essere rimborsati entro il 2058.

Il sistema Case della Comunità (poche spoke e pochissime hub), Ospedali di Comunità (rarefatti), le COT (l’estrosa infografica prodotta dell’agenzia difetta un po’ in comprensibilità) mostrano tutt’ora affanno, tuttavia la recente notizia del possibile commissariamento dell’Agenas non inficerà certamente il lavoro svolto dalla sua istituzionalizzazione ad oggi (QS L. Fassari, 14 marzo 2025). Con le numerose situazioni di commissariamento all’interno del servizio sanitario nazionale si potrebbe pensare anche di fare un campionato di eccellenza in aggiunta a quello esistente.

Nel frattempo sbucano, qua e là, informative su possibili accorpamenti delle AFT.

Non si tratta solo di dare forma a “superaziende” uniche (Ospedaliere-Universitarie-Territoriali) ma di operare anche su scale inferiori riducendo ambiti che in teoria avrebbero dovuto risentire positivamente, dopo tanto tempo, delle indicazioni del PNRR e di una sanità più equa. Accorpando un certo numero di AFT o NCP se ne riduce di fatto il loro numero totale, in opposizione a quanto sostenuto dalla stagionata Legge Balduzzi (non abrogata). La nuova ingegnerizzazione territoriale permette di offrire quindi a queste AFT accorpate una CdC Hub, forse anche un Ospedale di Comunità, potrebbe scapparci anche una COT ecc. Sembra una operazione opposta a quella definita economia di scala. Sarebbe una “distribuzione concentrata” che ancora una volta va a scapito dell’eticità e della capillarità. Oppure può sembrare una “esclusività forzata”: quando le risorse destinate ad un territorio vengono distribuite su due settori si creano vantaggi di prossimità ad alcuni e svantaggi professionali e assistenziali ai molti che hanno subito l’accorpamento. Il riordino del PNRR potrebbe tendere ad incrementare quindi le discriminazioni quando in teoria dovrebbe ridurle. Il vento controriformista è riuscito a trovare un nuovo ambito di influenza.

La tormentata opera di riordino delle cure primarie, così impegnata nella sua govenamentalità, è incline a dimenticare la tradizione culturale della professione medica, la sua deontologia, i principi operativi distintivi sintetizzati dall’albero Wonca. Tralascia, in particolare, il fatto che la medicina generale territoriale ha contribuito a costruire nel tempo, in osservanza ai determinanti di salute, reali piccole “comunità solidali”. Le aggregazioni comunitarie solidali non possono essere paragonate al sistema delle Case della Comunità o agli Ospedali di Comunità che, per il momento, possono vantare solo nomi evocativi.

Non sarà certo sfuggito ai più che numerosi servizi ipotizzati nelle Case della Comunità, Hub e Spoke, sono classificati come non obbligatori, facoltativi o raccomandati a fronte di una ostentata completa prossimità. Se lo standard per una CdC hub è di 50.000 abitanti di che prossimità si parla? E quando si prevede un Ospedale di Comunità ogni 100.000 assistiti perché ci si ostina a definirlo di comunità? Le comunità solidali sono invece preesistenti ad ogni sovrastruttura e hanno soprattutto caratteristiche di tipo etico e solidaristico. Queste comunità che, come riporta anche la Legge Balduzzi, non dovrebbero superare mai le 30.000 persone, non entrano mai in concorrenza sulla salute e cercheranno un benessere intelligente e percorribile che non crei disgregazione di tradizioni e costumi (patrimonio di emancipazione).

La sanità territoriale autonoma può moderare le conflittualità temperando i vari particolarismi egoistici compresi quelli aziendali. Secondo Hegel l’idea di solidarietà passa attraverso il riconoscimento reciproco e l’integrazione all’interno di un sistema valoriale che, pur se rappresentato da comunità piccole, viene accettato e rispettato anche dalle istituzioni.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

QdS 18 marzo 2025


Medicina Territoriale

Case della Comunità periferiche verso l’emarginazione

26 LUG - Gentile Direttore,
Il prof. Ivan Cavicchi, novello e orgoglioso nonno di Livia, fa fiorire nel profondo del suo animo, provato da numerosi dispiaceri culturali e lacerazioni identitarie, un autentico significato di speranza. Con il suo ultimo articolo QS 22 luglio, la recente pubblicazione "Salviamo la sanità. Una riforma necessaria per garantire il diritto di tutti" (Castelvecchi 2024), che si legge tutta d’un fiato e le appassionate conversazioni/conferenze presentate in molte località del paese, il Prof. Ivan non solo prospetta un “appello alla ragione” ed una strategia bipartisan per salvare la sanità ma evidenzia come, per ottenere un reale “processo” di modifica dell’ordine omologato dominante, diventino fondamentali i movimenti dei cittadini o dei volontari affrancati da ogni forma di conflitto di interessi.

Nulla che possa essere ricondotto alle Conferenze Socio-Sanitarie Territoriali, alla Conferenza Stato Regione oppure ai Comitati Territoriali Misti dove le frequentazioni istituzionali o le appartenenze di apparato condizionano di molto i metodi e i meriti delle questioni a causa di una “governamentalità diffusa”.

I cittadini hanno l’esigenza di comprendere il perché le nostre società, le periferie, le rappresentatività formali sono diventate ciò che sono. Lo sbilanciamento informativo è evidente. Le persone, quando aggiornate correttamente, sono colpite dalle vicende che hanno coinvolto il Sistema Sanitario in questi 40 anni e vorrebbero partecipare a contraddittori pubblici perché hanno a cuore il problema della sanità/salute. Desiderano uscire dai recinti precostituiti e monocordi avvezzi a conservare sotto vuoto le notizie “strategiche”. Queste conoscenze interne hanno la caratteristica “camaleontica” di cambiare la sostanza o gli accidenti ogni qual volta è possibile pubblicare una delibera a tutto vantaggio delle élites decisionali e ad una inevitabile disinformazione strutturale per i non addetti ai lavori.

Emblematici sono i percorsi attuati nei territori per la realizzazione delle sempre più chimeriche Case della Comunità. Pochi cittadini/volontari sosterranno, una volta compreso l’inghippo tra CdC Spoke e CdC Hub, che la CdC spoke rappresenti la soluzione di un bisogno sanitario di quartiere a causa delle innumerevoli criticità che contagiano la loro quotidianità.

E’ curioso come l’ordine diffuso di mercato (termine sovrapponibile a globalizzazione o a neoliberalismo) si possa diffondere in una infinità di rivoli che permeano anche le piccole realtà locali (periferie). E così la ragionevolezza si smarrisce avvolta com’è dalle spirali della “gestione aziendale” che, immutabile nell’agire il potere economicistico, genera quel consumismo che si vorrebbe rimproverare ad altri (es.: ai cittadini o ai medici di famiglia).

Alcune associazioni di volontariato e numerosi cittadini disdegnano la “pesante indifferenza” istituzionale nei confronti della sanità. E’ una distanza molto sospetta e foriera di una profezia autoavverantesi (il fallimento del Servizio Sanitario Pubblico).

Numerosi sono gli indizi che dimostrano come il diritto alla salute sia diventato ormai un diritto potestativo cioè un potere volto a salvaguardare un interesse individuale o soggettivo (quello del mercato) e non un diritto chiaramente orientato a tutelare gli interessi della collettività.

In ogni caso non saranno alcune analisi e qualche riflessione a modificare il sistema della globalizzazione. Come studiosi di organizzazione sanitaria e di terzo settore si desidera comunque ragionare sul tema della “corresponsabilità tra interessi e diritti”, degli addebiti, dei tornaconti specifici, dell’assoluta mancanza di autocritica.

Gli interessi non vengono negati ma devono essere compossibili (possono benissimo stare insieme senza prevaricazioni) con i diritti. Nello specifico il Prof. Cavicchi supera il concetto di struttura (es.: economia) e sovrastruttura (es.: sociale o etica o bene universale non disponibile) perché in sanità i due concetti si sovrappongono. Infatti ciò che verrebbe individuata come sovrastruttura è determinata da una “pluralità” di fattori economici, organizzativi, gestionali e culturali che solo un sistema complesso può permettersi di affrontare. Il sistema “azienda”, lineare e singolare, non può atteggiarsi a modello efficace pena effetti distruttivi. Spesso nelle riunioni più o meno formali (es.: i già citati percorsi per le Case della Comunità che dovrebbero quindi relazionarsi con le persone che vivono nelle comunità) viene utilizzato un linguaggio sovrapponibile a quello delle alte dirigenze aziendali. Sembra di essere in un consiglio di amministrazione privato dove si argomenta di gestione di capitali, indubbiamente disponibili, da far fruttare.

Ecco quindi che in questa sovrapposizione tra struttura e sovrastruttura diventa dirimente l’azione della società civile o del volontariato. L’obiettivo è quello di “ricontestualizzare” l’art. 32 cioè di definire la compossibilità tra diritti, interessi (anche privati) e modalità operative relative.

Verosimilmente la globalizzazione non cederà di un millimetro perché “l’algoritmo” che sostiene questo ordine di cose si automantiene e si autogenera come nelle più classiche delle avventure fantascientifiche dove le macchine sottomettono l’uomo. Il disegno neoliberista non è un progetto consapevole, è autonomo e ha il carattere strettamente strategico (problem solving). Non è solo una ideologia o una politica economica, è soprattutto uno stile di vita, una specifica razionalità, una “felicità” pervasiva che influenza l’identità individuale e i rapporti sociali.

E’ un’omologazione competitiva e concorrenziale in grado di ipnotizzare gli individui verso quell’obiettivo. L’individuo calcolatore e responsabile è celebrato come ideale anche se questo dovesse comportare lo smantellamento di sistemi come quello sanitario o pensionistico o scolastico causando un impoverimento generalizzato. A fronte di tutto ciò però si potrebbero prospettare possibili conflitti sociali o sollevazioni che non si sa bene dove potrebbero arrivare.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

26 luglio 2024
© Riproduzione riservata


L’insostenibile fragilità dell’Atto di indirizzo sulle Case di Comunità

20 MAG - Gentile Direttore,

da circa due mesi si è conclusa la “consultazione pubblica” sull’Atto di Indirizzo Agenas (tramite compilazione di un questionario) sul tema della partecipazione/co-produzione nell’ambito delle Case della Comunità. Il documento è stato redatto da un gruppo di studio composto da rappresentanti delle Regioni e da professionisti definiti esperti sul tema della partecipazione di pazienti e cittadini alle questioni sanitarie.

Storicamente gli Atti di Indirizzo indicano, in modo piuttosto potestativo, il comportamento normativo desiderato dalle istituzioni. L’elaborato articola quali debbano essere i passaggi di partecipazione e co-produzione che Regioni, Aziende e Distretti metteranno in atto. A dispetto delle intenzioni quindi nulla di nuovo. La piramide gerarchica sanitaria resta saldamente inalterata così come sarà la valutazione finale della potentissima Conferenza Stato-Regioni.

E’ noto che i documenti ufficiali europei (es.: Piano di ripresa NextGenerationEU ) disegnano strumenti finanziari (in buona parte prestiti pluriennali). Ogni nazione ha poi concepito propri Piani Nazionali (PNRR) con i quali definisce l’utilizzo dei contributi straordinari europei (post-covid) per il periodo che va dal 2021 al 2026. Nessun documento europeo specifica che una azione di ammodernamento sanitario (es.: territoriale) debba realizzarsi con le Case della Comunità. Lo stesso Piano Nazionale (PNRR) indica la necessità di attivare iniziative in grado di promuovere “strutture di prossimità” per quanto riguarda le cure primarie e cita, solo come esempio, le Case di Comunità ma non esclude nessun’altra formalità.

Successivamente al Piano di ripresa NextGenerationEU e al PNRR sono sati pubblicati il DM77/2022 (regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell'assistenza territoriale nel SSN), il Metaprogetto, documentazioni varie di gruppi e di istituzioni locali. Per quanto riguarda il così detto territorio, le argomentazioni si sono polarizzate sul concetto di comunità (es.: Case della Comunità, Ospedali di Comunità). I criteri, “sui generis”, dettati dal “regolamento”, sono rigorosamente aderenti alle necessità Regionali, Aziendali e Distrettuali e potrebbero non coincidere con bisogni professionali o assistenziali. Questi parametri sono di difficile comprensione culturale se si considera la liquidità delle collettività e il desiderio, espresso dalle persone di buona volontà, di ripensare alla complessa preparazione del terreno per favorire nuove germinazioni comunitarie. Se la comunità non c’è più, così come non esistono le collettività, come è possibile seguire una programmazione che manca di solidi presupposti? Nel recente passato qualche timido tentativo di ricostruire, faticosamente, un delicato tessuto comunitario è stato misconosciuto dai rappresentanti istituzionali. Come è possibile che ora le stesse Alte Dirigenze, per normativa, diventino sensibili ad aspetti sociali/sanitari complessi quando le culture dominanti amministrative sono neoliberali, economicistiche, aziendalistiche e lineari?

In una società riconosciuta da molti studiosi come liquida occorre molta preparazione per riconoscere e valorizzare piccole formazioni comunitarie che sono riuscite, miracolosamente, a sopravvivere alla globalizzazione. Taluni rappresentanti istituzionali hanno dimostrato inadeguatezza verso questi riconoscimenti mentre le mappe e i profili territoriali (non solo relativi all’appropriatezza/risparmio prescrittivo) avrebbero dovuto essere un patrimonio fondamentale per le Aziende. Alcune preziose progettualità e risorse sono state bellamente ignorate determinando così l’esaurimento di esperienze di co-operazioni volontariato/cittadini/professionisti storiche. Se fosse capitato qualche cosa di simile nelle aziende condotte da Olivetti o da Mattei o da Ford avrebbero comportato parecchi licenziamenti.

Un concreto processo di partecipazione (e/o di co-produzione) avrebbe dovuto comprendere il principio di un completo coinvolgimento nel processo decisionale dall’inizio alla fine. Tuttavia la cascata normativa burocratica non ha contemplato questa ipotesi così che, ora, occorre rincorrere determinazioni già decretate up-down.

Infatti, nel testo dell’Atto di Indirizzo, si nomina "l’utilizzabilità” (disponibilità?) delle così dette modalità di partecipazione che verosimilmente saranno poste al giudizio delle stesse Alte Dirigenze Regionali, Aziendali, Distrettuali. La programmazione e il governo della “produzione” Aziendale presenta una certa “complicazione” lineare che richiama suggestioni relative alla globalizzazione, ad orientamenti neoliberali, al consumismo sanitario di origine aziendale (consuetudini conosciativistiche?) causa di differenziazioni (discriminazioni?) professionali e assistenziali. Ogni argomentazione sulla partecipazione non può esimersi dal considerare queste criticità. E’ necessaria, come l’aria, una assoluta trasparenza e la capacità di riconoscere ruoli non tanto di partenariato ma di leadership. In caso contrario tutto diventerà ancora più confuso ed ambiguo. Meraviglia come nel testo non si nomini mai la libera scelta fiduciaria del mmg come strumento fondamentale (sovrapponibile ad una elezione politica/apartitica) per tentare di ricostruire una identità condivisa territoriale e si preferisca citare il consenso informato che è un dispositivo di credito informativo, più attinente alla specialistica/dirigenza/dipendenza, per nulla commensurabile con la libera scelta fiduciaria. All’interno di questo rapporto ci si relaziona, (es.: in team) più con persone e problemi che con malattie o patologie specifiche come invece può avvenire a livello ospedaliero ( es.: équipe chirurgica).

Nell’interessante e lungo elenco bibliografico, riportato alla fine del documento, si richiamano pubblicazioni del periodo pre-covid, che ragionano da Case della Salute (le Case della Comunità sono effettivamente una miglioria nei confronti dei contenuti relativi alle Case della Salute?). Si può altresì notare una ostinata ricerca di modelli esteri senza che vi sia una validata sovrapponibilità operativa di quegli esempi con la nostra eterogenea realtà nazionale già considerata, a suo tempo, una delle migliori organizzazioni sanitarie al mondo.

Bruno Agnetti

Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV-Runts

20 maggio 2024

© Riproduzione riservata


case della salute

Dotazioni infrastrutturali e Case della Comunità

08 MAG - Gentile Direttore,
come Centro Studi di Programmazione Sanitaria (CSPS) composto da cittadini dell’Associazione di Volontariato Comunità Solidale Parma (ODV-Runts) ci occupiamo in particolare di sostenere e proteggere le cure primarie di quartiere considerate bene comune per una comunità. Abbiamo letto con molta curiosità l’intervento che il Prof. Ivan Cavicchi ha pubblicato su QdS (Le dotazioni infrastrutturali? Sono il cuore della “quarta riforma”, ma è ciò che manca nella maggior parte delle proposte in circolazione) il 30 aprile 2024. CSPS ha considerato utile interrogare direttamente il Prof. Cavicchi per sapere cosa si debba intendere per “dotazioni infrastrutturali” e, con il permesso dello stesso Prof. Cavicchi, riteniamo possa essere utile rendere pubblico il carteggio intercorso in favore di qualche collega interessato al tema.

“Il concetto di infrastruttura, in urbanistica vuol dire “servizi di servizi” cioè strutture secondarie o complementari al servizio di strutture primarie finalizzate per il raggiungimento di certi scopi.  Per esempio l’ospedale è una struttura pensata per ricoverare i malati essa tuttavia, per curare i malati ricoverati , ha bisogno di certe infrastrutture senza le quali la sua funzione sarebbe impossibile da svolgere.
In logica “struttura” è un concetto del “primo ordine” , quello che in sanità stabilisce i caratteri di base dei servizi mentre “infrastruttura” o “sovrastruttura” è un concetto del “secondo ordine” cioè è l’insieme di regole senza il quale l’ospedale come struttura non potrebbe funzionare.
Quindi il problema è semplice:
• non si può avere in sanità una struttura senza sovrastruttura
• se si vuole in sanità cambiare una struttura bisogna cambiare la sovrastruttura e/o l’infrastruttura
• qualsiasi cambiamento di una struttura a sovrastruttura/infrastruttura invariante è fallace cioè è un cambiamento farlocco.
Come ho già scritto (QS 6 maggio 2021) le Case di Comunità previste dal PNRR (missione 5) sono un cambiamento farlocco perché ripropongono la struttura del poliambulatorio specialistico della defunta Inam ma con una doppia invarianza:
• quella sovrastrutturale tipica degli ambulatori della mutua
• quella aziendale che oggi sovraintende tutte le strutture sanitarie quindi compresa la Casa della Comunità
La Casa della Comunità anziché essere gestita direttamente dalle mutue, come ai tempi dell’Inam, oggi è gestita dall’Azienda. Quindi in modo verticistico e monocratico nel senso che, nella sua idea di gestione, la comunità è esclusa. Cioè sono esclusi sia i cittadini che gli operatori che compongono la comunità. Cioè l’idea di comunità in quella di Casa della Comunità non implica, come nell’idea generale del Welfare Community, una partecipazione sociale dei soggetti ma (per la semplice ragione che la partecipazione sociale è in piena contraddizione con la gestione aziendale), se a gestire i servizi ci fosse la comunità… l’azienda non sarebbe più azienda.
Per cui l’inganno.
Siccome l’azienda non è in discussione (anche se dovrebbe esserlo) ad azienda invariante il PNRR fa finta di cambiare le strutture ma senza cambiarle.
Ho già spiegato ampiamente le mie perplessità nei confronti di una sinistra che dimostra con il PNRR e con il DM 77 e il DM 70 di essere del tutto priva di un orizzonte riformatore e di essere prigioniera delle sue controriforme neoliberiste .
A queste perplessità mi permetto di aggiungere anche quelle nei confronti di quella cultura cattolica che seguo con interesse e che però incassa come un successo la “Casa di Comunità” rendendosi complice di un inganno sociale bello e buono.
Ingannare le persone è ingannare la comunità.”

Ringraziamo il Prof. Ivan Cavicchi per la squisita cortesia che ha voluto riservare ai nostri dubbi così che le elaborazioni culturali, a cui in nostro gruppo si dedica, possano essere epistemologicamente coerenti. Pare che il noto DM77 non apporti quindi nessuna sostanziale innovazione anzi il tema del “debito orario” dei mmg nei confronti dell’attività che dovrebbero essere svolte nella così detta “Casa della Comunità Hub” non può che aggravare la situazione organizzativa irreversibilmente, di giorno in giorno, senza che la narrativa sulle CdC abbia prefigurato un compenso sostanziale per le comunità (liquide?). Non si può nemmeno pensare di poter affrontare un tema così complesso come quello delle relazioni tra persone o delle comunità applicando il principio filosofico del decostruzionismo (Derrida, Heidegger) molto accademico, tuttora in via di dibattito e poco adatto a percorsi formativi dedicati a volontari delle CdC. Nel complesso appare che la questione sanità/salute e, nello specifico la riforma del territorio, sia così ingarbugliata e avanzata nelle sue contraddizioni interne ed esterne (globalizzazione e neo-liberalismo) che solo una movimento bipartisan, cioè un accordo condiviso e accettato da tutte le parti politiche parlamentari, può riformare (secondo la cornice della “quarta riforma”) e difendere la più importante opera pubblica del nostro paese: il SSN.

Se le comunità non ci sono più non possono nascere per normativa. Non ci sono nemmeno le collettività ma le connettività. Il plurale è drammaticamente diventato singolarismo. Per riuscire a convivere in un sistema-mondo complesso alcuni autori suggeriscono di provare ad orientarsi verso processi operativi ( es.: le buone esperienze topiche professionali e di volontariato, in atto da numerosi anni, ritenute di serie B dall’apparato decisionale che ha sempre preferito relazioni consociativistiche che, a loro volta, hanno condotto ad una situazione che, agli occhi dei cittadini e dei professionisti, è fortemente ammalorata) o sperimentali, anche se dopo poco inesorabilmente ci si ritroverà in un successivo sistema complesso. Proprio su QdS del 6 maggio 2024 Ivan Cavicchi ci regala un metodo straordinario che dovrebbe diventare il bagaglio fondamentale di ogni leader affidabile generativo di una eventuale principio di comunità (es.: il mmg fiduciario): l’imperativo categorico che inevitabilmente ci fa’ ricordare quel che resta di Ippocrate. In particolare Cavicchi richiama la frase di S. Agostino “Dilige et fac quod vis” (Ama e fa quel che vuoi)… Con una semplificazione ardita, speriamo non blasfema, si potrebbe dire: ama questa professione impareggiabile per professionisti e assistiti…. Il resto verrà tutto da sé. Ne consegue che amare non può stare con l’ignoranza, lo speculare, l’avvantaggiarsi o l’ingannare. Così come la non verità non ha nulla a che fare con l’amare.

Bruno Agnetti
Presidente Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV-Runts

Giuseppe Campo
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV-Runts

Vito Alessandro D’Ercole
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV-Runts

Maina Antonioni
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV-Runts

08 maggio 2024
© Riproduzione riservata