L'altra prossimità
Gentile Direttore,
sia concesso che il primo capoverso di questo contributo contenga un pensiero rivolto ad Edgar Morin. Senza pensare di compiere una irriverenza ci chiediamo se, anche Edgar, avrà pensato, come è capitato al Grande Capo Indiano Old Lodge Skins (Vecchia pelle di tenda), che il 29 maggio 2026 fosse un buon giorno per morire…lasciandoci tutti stupefatti perché ancora lì, in attesa, anche di un solo pensiero che potesse illuminare, con i suoi fenomeni emergenti imprevedibili, impensabili, scintillanti i nostri sistemi umani, più che umani e sempre più complessi. Un buon viaggio, caro amico.
Più volte abbiamo avuto l’occasione, grazie a QS, di affrontare il tema della prossimità: un principio di vicinanza curativa alle persone che ha “molti modi di abitare i molti mondi”.
A suo tempo si è argomentato sul fatto che la sovrapposizione del concetto di prossimità con quello di Case della Comunità sia stato un grave errore che solo il tempo potrà sanare. La locomotiva impazzita è partita, a tutta velocità… e non ha più il macchinista. È evidente che la prossimità non verrà garantita dalle CdC, dal ruolo unico, dal debito orario, dalla dipendenza/parasubordinazione spinta, dalle équipe (come quelle chirurgiche?) che dovrebbero funzionare come team (co-operazioni multiprofessionale, multidisciplinare e multisettoriale senza gerarchia, con un leader morale ed autorevole) ma che si chiamano sempre comunque équipe… ma che monotonia!
Se poi ci fosse una competizione tra le storiche Medicine di Gruppo (che per anni, soprattutto nelle periferie, hanno sopperito alla mancanza di servizi istituzionali) e le CdC, sicuramente la compagine che potrebbe ottenere la qualificazione ai mondiali non sarebbe certo quella delle CdC.
In sintesi, oggi, nessuno è in grado di operare affinché la casa (dell’assistito) diventi il primo luogo di cura, meglio dei mmg.
Durante il mese di maggio, in molte realtà, sono stati approfonditi temi relativi al ruolo svolto dal caregiver (CG) famigliare (da non confondere con il caregiver professionale o badante). Il DDL n.2789, attualmente in discussione in Parlamento denominato: “Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari”, ha riacceso l’interesse su questo argomento che, per numerosi aspetti, ha molto a che fare con la prossimità. L’impegno spesso silenzioso (Ivan Illich, Gender, 1982), vissuto all’interno delle mura domestiche, raramente riconosciuto dalle istituzioni, dalla scuola e persino dai servizi sanitari comporta importanti implicazioni sociali, educative e sanitarie.
Non è un fenomeno casuale. È il risultato di profonde trasformazioni demografiche, sociali ed assistenziali che stanno modificando il modo (cioè la cultura) in cui la cura viene organizzata all’interno delle famiglie.
Recentemente il “Rapporto dell’Osservatorio Long Term Care” del CERGAS – SDA Bocconi di cui sono stati pubblicati i risultati nel 2022 dopo una rielaborazione dell’Istat e la ricerca “Giovani caregiver: la sfida della cura tra le generazioni”, 2023, eseguita dall’Università Cattolica di Milano hanno sancito la significativa evoluzione della pratica assistenziale domiciliare. Si ipotizzano circa 7 milioni di caregiver (CG) a cui andrebbe aggiunto 1 milione di badanti (dati sottostimati). Tra questi vi sarebbero 400.000 CG giovani e giovanissimi: studenti, universitari, ragazzi che hanno un lavoro extra familiare che si trovano improvvisamente a gestire farmaci, appuntamenti, visite specialistiche, relazioni con i servizi. Verosimilmente solo 52.000 CG potrebbe rientrare nei criteri per ricevere il contributo mensile di 400 euro (prima fascia) ma sembrano interessanti le agevolazioni nominali che potrebbero interessare le altre 3 fasce non remunerate.
Le nuove generazioni si trovano, quindi, a sperimentare la fragilità costitutiva propria e del familiare assistito. Non è raro, in ragione dell’aumento dell’aspettativa di vita, che nello stesso spazio e nello stesso tempo convivano quattro o addirittura cinque generazioni (bisnonni, nonni, genitori, figli e nipoti). Mai, nei precedenti periodi storici, si era verificato un fenomeno di tale portata con netta presenza di differenze culturali.
La cura, dal punto di vista antropologico ed esistenziale, rappresenta una dimensione connaturata all’essere umano (ontologica). Ogni persona nasce fragile, incompiuta, vulnerabile e dipendente dalle relazioni. Non esiste una vita umana che non abbia ricevuto cura e che non sia stata, a sua volta, chiamata a prendersi cura di qualcuno. Per questa ragione la cura non è epistemologicamente una prestazione. Eppure la logica neoliberale della performance, dell’efficienza e dell’ottimizzazione tende a trasformare ogni esperienza in un obiettivo da raggiungere. Di conseguenza anche il prendersi cura rischia di essere interpretata come un “prodotto” da realizzare e la fragilità come un errore da correggere.
Il CG familiare, soprattutto se giovane, invisibile, non formato vive quotidianamente questa contraddizione. Da qui possono sorgere sentimenti ambivalenti di conflitto intergenerazionale, sensi di colpa, isolamento sociale, burnout, autosfruttamento, processi di adultizzazione precoce, abbandono o difficoltà scolastiche, interferenza sulla costruzione della propria identità personale. Alcuni giovani CG riescono tuttavia a gestire il conflitto intergenerazionale e mettono in moto un dialogo tra mondi diversi, linguaggi differenti, esperienze lontane. Si crea così uno spazio di riconoscimento reciproco e di concreta prossimità.
E’ evidente che l’alleanza tra CG e MMG assume un significato simbolico/strategico di primaria importanza perché diviene l’elemento risolutivo di una prossimità territoriale realmente attuata con una organizzazione molto leggera e quasi senza sovrastrutture. Il medico di medicina generale MMG conosce la storia clinica della persona e della famiglia, le fragilità, le risorse, le possibilità concrete (rapporto fiduciario). Conosce il territorio, le opportunità assistenziali disponibili, i percorsi di accesso ai servizi e le difficoltà burocratiche (es.: medici di una AFT con il proprio referente e i componenti delle varie Medicine di Gruppo della stessa AFT/quartiere). Per il giovane caregiver CG questo patto con il MMG rappresenta un autentico filo di Arianna capace di annullare le frammentazioni e costruire un vero progetto assistenziale personalizzato e di prossimità.
“Che c’azzecca” il debito orario, le CdC spoke (sparse senza una logica assistenziale… che non possono essere nemmeno considerate “territoriali” se vengono inaugurate all’interno degli ospedali), le CdC Hub (straordinariamente rare), gli Ospedali di Comunità (anch’essi orientati a fare le lungodegenze di serie B nei nosocomi, le équipe (chirurgiche?), il ruolo unico (poco desiderabile e ricercato), la dipendenza o la convenzione fortemente parasubordinata, i dipendenti ospedalieri che si dimettono e vanno a fare lea guardia medica, i COT, le UCCP…
Come pensava il Grande Capo Indiano “Vecchia pelle di tenda” da qualche parte occorre pur ricominciare. Ri-emergerà, come sempre, un fenomeno inatteso ed inaspettato che darà vita ad una medicina territoriale del futuro molto complessa e compossibile: capace di costruire relazioni di fiducia, di valorizzare le competenze organizzative e relazionali diffuse e di trasformare la fragilità condivisa in una responsabilità di comunità.
Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV
09 Giugno 2026
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Atto di indirizzo, Decreto Legge...e poi?
Gentile Direttore,
tempestivo e puntuale è stato il sunto, da lei elaborato il 22 di Aprile su QS, relativo all’ultimo documento pubblicato dall’Agenas. Negli ultimi anni il tema delle CdC (ingigantito e di molto sopravvalutato) ha fagocitato il dibattito culturale sull’innovazione territoriale. Ogni possibile alternativa, probabilmente molto più funzionale alla “prossimità’” e ad un'illuminata distribuzione delle risorse, è stata soffocata.
Alcuni studiosi sostengono che altre opzioni avrebbero posto rimedio ai molteplici bisogni territoriali attuali riportando così il SSN nella scia del prestigioso Servizio Sanitario Nazionale nato dalla legge 833/1978. Tuttavia, dotti e sapienti sono nati tutti in un colpo, dopo la pubblicazione del PNRR, come i prugnoli in questo periodo, sgomitando a destra e a sinistra.
I guai originano proprio dal frutto proibito; infatti, mai è stato messo in discussione (e quindi pensato e falsificato scientificamente) l’obbrobrio della orrenda e maldestra traduzione del termine “prossimità’” dell’UE con la “Casa della Comunità & correlati”. Un fiume di inchiostro è stato così versato da coloro che si sono auto-referenziati come “esperti di fatto” riuscendo a suggestionare documenti, accordi e ad influenzare numerosi operatori ingenui. Anche il mite Schillaci, stremato dall’esperienza di dover confrontarsi con le labirintiche regioni, forse stanco di salir e scendere le altrui scale ben protette e garantite dal Titolo V, ha optato, con il prossimo Decreto-legge previsto a giorni, per una soluzione relativamente semplice, drastica, verticistica cioè quella della dipendenza dei mmg agognata da anni dalle regioni. Il fine è quello di incrementare l’ambito di influenza delle regioni stesse sui dipendenti (panem et circenses), ma soprattutto di ampliare il bacino di consensi da utilizzare al momento opportuno.
Quando, nonostante tutto, si sostiene un sistema verosimilmente fallimentare (CdC) perché tutti ormai sono consapevoli che è già ora (2026) di iniziare a restituire il prestito alla UE, sembra che le istituzioni abbiano più a cuore il neo-liberalismo e il consumismo (aziendale) che il bene-essere delle persone.
Ora la stessa Agenas tenta, inutilmente e con un ritardo clamoroso, di incrinare un'infinità di luoghi comuni, cliché e banalità, purtroppo condivise in ambiti inattesi (come quelli delle associazioni intermedie), riportate poi negli ACN, negli AIR e nelle intese locali dove la professione medica ne esce profondamente umiliata e impoverita.
Il documento Agenas palesa una realtà ineludibile per coloro che da anni dibattono sul riordino delle cure primarie: il re è ancora tutto nudo, mostra le proprie vergogne ed è essenziale/urgente (dopo DM77, ACN, AIR di vario tipo, contrati aziendali ecc.) reinterpretare da capo quel poco che rimane di recuperabile. Nel teatro greco il deus ex machina entrava in scena quado la trama non riusciva più a dipanarsi; allo stesso modo, Agenas diffonde un nuovo atto di indirizzo. Ma l’Agenzia non è la stessa del faraonico “metaprogetto” del 2022? Non è quell’ufficio che supporta i servizi sanitari nazionali e regionali anche per quel che riguarda gli ACN, gli AIR e altri provvedimenti amministrativi?
Il dato politico-istituzionale è rilevante: quando un ente tecnico centrale tenta di mettere ordine su concetti tanto basilari accentua la fragilità delle norme e delle certezze pregresse carenti proprio di aspetti organizzativi-professionali di valore. È un sintomo di evidente difficoltà programmatoria nel tradurre richieste e bisogni sociali in modelli coerenti e durevoli. L’inadeguatezza delle normative contrattuali e il loro intrinseco neo-liberalismo consumistico emergono soprattutto quando concentra benefici nelle mani di pochi, penalizzando i più.
Le CdC adottate in fretta e furia universalmente come strategico investimento in conto capitale “son men che niente” se, l’idea di prossimità, non ha coerenza con i bisogni sociali. L’ossessione delle misurazioni e dei monitoraggi può essere risolta facilmente da un semplice computer nemmeno tanto moderno. Sono l’integrazione, il rispetto (eventualmente delle aziende verso i professionisti) e la fiducia ad essere “difficili” da misurare, sono complessi!
Come se non bastassero il DM77 (tanto celebrato) l’ACN e AIR, le linee di indirizzo dell’Agenas arriva anche il Disegno di Legge del Ministero della Salute che ripropone l’ineffabile idea della dipendenza per i professionisti della medicina generale. Sia chiaro da subito, non sarà una norma per tutti ma, già si prevede, un doppio binario, un po’ qui e un po’ là. Un po’ nelle CdC e un po’ senza CdC, Un po’ con ruoli e funzioni e un po’ senza più le medicine di gruppo/aggregazioni territoriali (dette ora équipe) o le AFT. Un po’ con preoccupanti debiti orari, un po’ con un monte ore professionale che supera di molto le illusorie 38 ore settimanali. Per carità, sono orientamenti tecnici, perché, per il resto, è pacifico che nei territori non stiano avvenendo, con la sigla di accordi locali fortemente sponsorizzati dalle aziende, disastri professionali ed assistenziali.
Tuttavia il SSN da tempo disponeva, al proprio interno, di un modello di organizzazione e di integrazione multiprofessionale, multidisciplinare, orientato alla presa in carico. Tali risorse culturali organizzative e operative non sono mai state assunte come paradigma generale per la riforma della medicina generale territoriale e la loro marginalizzazione costituisce uno dei più gravi errori strategici nei confronti della cronicità. La tendenza “modaiola” e il pensiero unico relativo alla CdC ha, di fatto, portato ad intendere che il SSN dovesse inventare da zero nuove forme di lavoro integrato palesando così la mancata capacità istituzionale di riconoscere e valorizzare ciò che il sistema ha al proprio interno (SerDP).
A cosa serve il monitoraggio se il sistema non è maturo per osservare, comprendere, rafforzare, diffondere?
A cosa serve il debito orario se il concetto di “prossimità” resta una produzione burocratica/governamentale e non un concetto culturale formato da numerose dimensioni (accessibilità, continuità, integrazione, personalizzazione)?
Numerose volte si è argomentato sul significato culturale dei termini équipe e team.
Nelle équipe competenze diverse convergono verso un risultato lineare tecnico preciso, come capita nelle équipe chirurgiche che agiscono quasi al pari di un soggetto collettivo stabile che condivide le responsabilità. Nel team si bada di più al metodo, alla performance, ai processi, agli obiettivi. Insomma, nella medicina generale territoriale si affrontano più problemi complessi interdipendenti e mutevoli. La dimensione clinica si intreccia in modo paritario con fattori sociali, cognitivi, funzionali, ambientali e relazionali.
La linea di demarcazione verrebbe comunque annullata da un'abolizione della convenzione della medicina generale in favore di una dipendenza, in quanto un’azienda può in autonomia definire un processo con termini, definizioni, coordinatori e leadership nominati.
Se una agenzia come l’Agenas ha sentito la necessità di ribadire alcuni concetti di prossimità e di presa in carico significa che, forse, nei documenti pregressi (ACN, AIR, DM77…) qualche cosa di sostanziale deve essere sfuggito… Infatti il documento termina con un richiamo al “team” working. Forse nel concetto di équipe e di leadership a “geometrie variabili” può fare intuire una deregulation in merito alla responsabilità ontologica di chi ha la cultura di prendersi cura?
Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV
27 Aprile 2026
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