La “Gazzetta di Parma”, con una certa regolarità,  dedica spazio prezioso a temi relativi alla sanità ed evidenzia, con particolare attenzione, le circostanze di quartiere. Tuttavia pensiamo che il dibattito pubblico sulla salute non possa limitarsi alle emergenze o alla cronaca ma debba anche contribuire a costruire una cultura capace di svilupparsi in modo partecipato affinché possa aiutare cittadini, professionisti e istituzioni a confrontarsi sul futuro di uno dei pilastri fondamentali  della nostra democrazia.

Nel tempo l’Organizzazione di Volontariato (ODV) Comunità Solidale Parma (CSP), che opera in particolare nell’ambito del quartiere San Leonardo, ha maturato un sapere pluridecennale in merito alla salute e al bene-essere di prossimità (vedi su YouTube il video Comunità Solidale Parma: la favola della Casa della salute e dell’Ospedale di Comunità di San Leonardo).

Siamo convinti che la salute rappresenti un bene comune che si costruisce quotidianamente attraverso relazioni di fiducia, di prossimità e di integrazione (tra professionisti e cittadini). Da questo punto di vista la medicina generale (di base) costituisce, alla luce di ogni evidenza,  il primo presidio collettivo e il principale punto di raccordo tra i bisogni delle persone e le organizzazioni istituzionali.

Osserviamo che il dibattito pubblico in merito ai temi sanitari dedica notevole attenzione ai temi del sottofinanziamento, dell’invecchiamento della popolazione, della carenza di personale, dell’aumento delle liste d’attesa. Sono tematiche estremamente  reali e documentate. Meno frequenti sono invece le riflessioni orientate alla costruzione di una base culturale, su salute e malattia, che possa contribuire a consolidare i saperi locali delle comunità.

Abbiamo riflettuto a lungo sul concetto di uguaglianza (uguaglianza/universalità = stesso trattamento per tutti) e siamo giunti alla conclusione che questo assunto possa rischiare di diventare una semplificazione eccessiva. l’uguaglianza non sarebbe proprio un fine epistemologicamente corretto perché l’obiettivo della tutela sanitaria dovrebbe essere orientato verso le persone con i loro bisogni  biologici, psicologici e relazionali sempre differenti da un soggetto all’altro. Le persone non sono uguali nella loro vulnerabilità, nella loro capacità di affrontare la malattia, nel contesto familiare, nella fragilità sociale.

La vera universalità assistenziale si ha quando si protegge la dignità di ciascuno in tutto l’arco della vita sia nella salute che nella malattia.  L’uguaglianza amministrativa tende ad uniformare e a misurare la gravità (es.: della malattia). L’equità assistenziale ed umana tende invece a personalizzare la cura dando molto risalto alla fragilità e alla biografia della persona. Questa distinzione è nota nella filosofia politica e nell’etica sanitaria, ma raramente viene sviluppata come principio organizzativo sanitario. Due pazienti con la stessa diagnosi  possono vivere condizioni completamente differenti:  uno vive solo; uno ha una famiglia;  uno possiede strumenti culturali;  uno non comprende nemmeno il significato della diagnosi; uno può attendere; un altro, rischia di precipitare in una crisi sociale, economica o psicologica da un momento all’altro. I significati che ogni individuo da all’esperienza, al benessere, alla malattia e perfino alla morte sono completamente diversi.

Si comprende quindi come in un panorama contemporaneo di calcoli e verifiche esista sempre qualche cosa che nessuna infrastruttura tecnologica è in grado di misurare: l’unicità con cui una persona  percorre la propria esistenza.  Questa caratteristica  dipende e viene condizionata da numerosi fattori (famiglia; cultura; fiducia; relazioni; reddito; quartiere; comunità) che sono significativamente predittivi del bene-essere alla stregua dei determinanti della salute.

Considerando la vita quotidiana di un quartiere cittadino, dal punto di vista sanitario, diventa quindi centrale e fondamentale l’assistenza territoriale ed in particolare il ruolo del  medico di medicina generale ( di base) che esercita il ruolo di “governatore” della domanda sanitaria. Ogni giorno il medico di base assume decisioni terapeutiche che riguardano direttamente un assistito oppure suggerisce se  un cittadino debba essere visitato da uno specialista o debba sottoporsi ad esami, quando, con quale priorità e quale deve essere, poi, l’eventuale percorso assistenziale. Affinché possa svolgere questa funzione occorre tuttavia riconoscere al medico di base una reale autonomia professionale. L’universalità in sanità  non si difende soltanto con maggiori finanziamenti, ma riconoscendo al medico di medicina generale il ruolo di garante dell’equità nell’accesso alle cure in relazione alla fragilità di ogni singolo cittadino. Questa impostazione evita sia il relativismo (ognuno ha la sua verità), sia l’egualitarismo formale (tutti devono ricevere esattamente lo stesso trattamento). Propone invece una universalità personalizzata, fondata sulla dignità della persona e sulla responsabilità professionale di chi  accompagna questa dignità. Sorge spontanea una prima domanda: se il paradigma bio-psico-sociale/sistemi complessi, l’epigenetica, le neuroscienze ( contemporanei criteri di riferimento  per la comunità scientifica)  riconoscono  che la malattia non è mai soltanto un evento biologico perché l’assistenza sanitaria territoriale continua a essere organizzata e programmata prevalentemente secondo una logica biomedica e lineare (es.: debito orario)?

Accanto al noto fenomeno delle zone carenti che rimangono prive di medico, emerge un elemento meno studiato ma che stimola  l’interesse negli studiosi dell’organizzazione sanitaria territoriale: come mai alcuni professionisti scelgono di svolgere la loro attività medica in territori periferici o disagiati nonostante le numerose difficoltà oggettive? Tale scelta non sembra essere spiegabile soltanto attraverso  gli incentivi economici o  le opportunità professionali ma può essere letta come una ricerca di un diverso modello di relazione di cura: una  prossimità più fiduciaria, meno condizionata dalla crescente conflittualità o dalle domande improprie o dalla trasformazione sociale del paziente in consumatore di prestazioni, che manifesta aspettative irrealistiche per altro condizionate dall’accessibilità immediate alle informazioni  e dalla crescente influenza del sapere sanitario digitale (“Medici di famiglia e pazienti in crisi: le ragioni degli uni e degli altri”, di M.G. Faiella, Corriere Salute, 9 maggio 2026).

Paradossalmente, proprio dove il bisogno sociale è maggiore (zone interne disagiate) si manifesta un più intenso riconoscimento dell’importanza di avere la presenza di un medico. Questo crea un rapporto più stretto con la comunità locale. Al contrario, nei contesti urbani maggiormente strutturati, il medico può trovarsi più esposto a una crescente pressione amministrativa, regolatoria e prestazionale, rischiando così che la relazione clinica venga progressivamente sostituita da una logica di adempimento e controllo. Da anni gli esperti di sociologia della salute e dell’organizzazione sanitaria territoriale studiano il progressivo mutamento del rapporto medico-paziente ed hanno constatato che la tradizionale relazione fiduciaria si è ormai trasformata in un rapporto di consumo  a causa della crescente centralità delle logiche di mercato anche in ambito sanitario (“Salute Artificiale” Redazione Economia del Corriere della Sera, 2 feb 2026).

 

Il Direttivo di Comunità Solidale Parma

(Gazzetta di Parma, 22 luglio 2026)