Medicina generale territoriale

La medicina generale territoriale e il paradosso delle riforme

Gentile Direttore,
da alcuni mesi il dibattito sulla cosiddetta riforma della medicina territoriale sembra essersi progressivamente impantanato. I grilli parlanti si sono zittiti. Proprio qualche giorno fa c’è poi stato quello che è stato denominato “stop politico”.

Norme nazionali, decreti ministeriali, accordi collettivi, regolamenti regionali e documenti aziendali si sovrappongono in una trama sempre più complicata ma, indipendentemente dallo stop, continuano a diffondere, ex cathedra, vere e proprie aporie inflazionate da luoghi comuni. Eppure, potrebbe esistere una chiave di lettura diversa, forse meno ideologica e più aderente alla realtà delle associazioni, delle comunità e dei professionisti.
La vicenda richiama un insegnamento caro agli epistemologi della complessità: non sempre i sistemi sociali vengono trasformati dalle norme. Capita che accordi o leggi arrivino talmente in ritardo che i sistemi si sono già trasformati. Non si può riempire un vaso già pieno… l’acqua deborda.

Secondo il principio della non contraddizione non è corretto agire su una realtà organizzativa che possiede già tutte le caratteristiche che una riforma intende introdurre sostenendo che l’organizzazione va comunque riformata. Da anni molti mmg operano in gruppo o in reti (quando il territorio interno disagiato rende difficile offrire una soluzione strutturale unica). Numerose sono le esperienze di co-operazioni in team multidisciplinari. Questa modalità operativa è ricercata dai professionisti perché non ha ruoli gerarchici, non coincide con la subordinazione, garantisce un aggiornamento concreto continuo, agevola l’assistenza di prossimità e la presa in carico. Nelle aggregazioni territoriali come la Medicina di Gruppo l’accessibilità è garantita H12 e la presenza dei professionisti è continua grazie al sistema delle sostituzioni reciproche. Le tecnologie informatiche sono favorevolmente accettate …

Sembra insomma che la realtà corra più veloce dei decreti. Questi non riescono mai a guidare i cambiamenti, anzi, entrano in affanno perché restano vittime del loro ritardo mostrando un preoccupante esaurimento della capacità propositiva escogitando nuove nomenclature seduttive (Casa della Comunità, Ospedale di Comunità, COT, CAU…) pubblicizzate in ogni dove.

20 anni fa i progetti originari delle Case della Salute Grandi, nate ben prima del DM 77, avevano cercato di tradurre questi principi in modelli organizzativi concreti, costruiti dal basso e fortemente radicati nei contesti locali (ogni comunità di 30.000 abitati poteva aspirare ad una propria Casa della Salute Grande, all’Ospedale di Comunità, alla integrazione di personale multiprofessionale e multidisciplinare, ai servizi sociali e al volontariato. Le strutture contemplavano anche una attività di 24h/24h ed un accesso previsto in 15 minuti. Non esistevano le liste d’attesa).

Se questa disamina è corretta, il problema non consiste tanto nell’inventare un nuovo modello organizzativo, quanto piuttosto nel riconoscere, valorizzare, far evolvere e diffondere ciò che da anni esiste già. Il passato non è una pagina bianca. I sistemi complessi accumulano nel tempo conoscenze, relazioni, competenze e forme di adattamento: una cultura che non può essere semplicemente sostituita per via normativa.

Un progetto coerente di cambiamento dovrebbe partire dalle esperienze che hanno dimostrato, sul campo, di funzionare. Tuttavia si ha a che fare anche con il “paradosso dell’eccellenza” sviluppatosi in molte aziende negli ultimi 20 anni. Chi svolge nel tempo il proprio lavoro nel miglior modo possibile diventa invisibile per le alte dirigenze aziendali in quanto queste sono inclini a preferire chi presidia quotidianamente i lunghi e asettici corridoi dei vertici apicali. I prediletti attraggono attenzioni, risorse, riconoscimenti personali ma alla fine non danno soluzioni veramente valide per tutti (“bias della visibilità” ).
Questo approccio istituzionale/governamentale un po’ protocollare e un po’ nepotistico alla fine genera, per sua stessa architettura argomentativa/cognitiva, professionisti e cittadini di serie B (quelli che orbiteranno intorno ad una CdC spok ) e professionisti e cittadini di serie A (che potranno usufruire di una CdC Hub).
Numerosi autori hanno affrontato queste tematiche individuando alcuni principi di riferimento che dovrebbero essere presi sempre in considerazione: la continuità, la sussidiarietà, la prossimità, la sperimentazione, il riconoscimento. Com'è facile notare, non sono dati e statistiche, ma valori relazionali.

La narrazione mediatica nei confronti della medicina generale diffusa, anche da addetti ai lavori o ex cathedra, insiste su una ricostruzione dei fatti estremamente semplificata così che le persone finiscono per credere che quella descrizione coincida con la realtà. In questo modo nascono gli stereotipi e i luoghi comuni (es.: “… il mmg lavora poche ore e deve avere un debito orario…”) .

Le affermazioni banali sono tali perché non considerano ciò che non si vede, cioè orari di attività lavorativa che superano di molto il tetto normativo, la domiciliarità, la burocrazia, le certificazioni, lo studio e l’aggiornamento, le riunioni tra gruppi o AFT, il rapporto con il 3° settore, il coordinamento con servizi-specialisti-caregiver, telefonate, mail, wapp … soprattutto il pensiero nei confronti dei sempre più frequenti casi complessi e problematici. Certo è forse più facile credere ad una storia semplice che ad una realtà complessa.

In sintesi non è corretto definire la medicina generale un sistema individualistico che dev'essere riformato in un'organizzazione collaborativa. È proprio il contrario. Molti mmg da decenni producono spontaneamente forme di co-operazione professionale senza restare ad aspettare una direttiva specifica, ma questi professionisti sono rimasti invisibili alle rappresentazioni mediatiche e amministrative.

Ivan Cavicchi sosterrebbe che non si può pensare di progettare a tavolino la professione prescindendo dalla professione reale stessa, diversamente la normativa entra senza ombra di dubbio in conflitto con quello che esiste davvero. Se la premessa istituzionale è sbagliata anche la riforma più sofisticata produce effetti indesiderati. Non esiste una sola forma valida di organizzazione territoriale. Sono possibili molte configurazioni e bastano solo alcuni esempi reali diffusi per mettere in crisi anche un'intera teoria generale istituzionale. In sistemi complessi come quelli della sanità territoriale, infatti, nessuna struttura amministrativa può realisticamente ritenersi autosufficiente né immaginare di governare l’innovazione esclusivamente attraverso norme, procedure o assetti gerarchici.

Il valore di un'amministrazione non è dato dall’alto dirigente o dal cerchio magico dell’amichettismo, ma sta nella capacità di facilitare, sostenere normativamente/legalmente e mettere in relazione le energie professionali e civiche già presenti nei territori. L’innovazione più efficace nasce, infatti, dall’incontro tra professionisti, cittadini e istituzioni che condividono problemi reali e cercano insieme soluzioni praticabili.

Le AFT, le Medicine di Gruppo e gli assistiti di riferimento rappresentano, da questo punto di vista, un interessante laboratorio culturale sulla co-responsabilità alternativa alla gestione piramidale.
Ancora una volta si impone in tutta la sua evidenza e drammaticità la questione della fiducia (soprattutto tra mmg e amministrazioni). Senza una reale e concreta fiducia reciproca, Distretti e Aziende rischiano di trasformarsi in apparati amministrativi formalmente indispensabili ma sostanzialmente inutili perché incapaci di generare innovazione. La salvezza anche per le alte dirigenze amministrative, prima del baratro (è noto che il privato stia ipotizzando di inserire la medicina generale tra l’offerta di servizi), è quello di diventare catalizzatori di energie, facilitatori di processi e custodi di quella compossibilità che rappresenta la vera ricchezza della sanità di prossimità.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

16 Giugno 2026

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Medicina di base nell'era informativa

Le piccole comunità e i loro medici di base nell’era dell’informazione (Infosfera)

Gentile Direttore,
le cure primarie territoriali sono immerse in un ambiente informazionale sempre più complesso: cartelle cliniche elettroniche, linee guida, algoritmi diagnostici, intelligenza artificiale, telemedicina, flussi continui di dati epidemiologici, norme organizzative poco comprensibili, “malicious compliance”…

Secondo la Filosofia dell’informazione (L. Floridi 2024) i dati, (es.: i valori glicemici), possono rimanere tali oppure possono diventare carichi di significato, se contestualizzati. In questo caso trasmettono conoscenza, cioè informazione reale che permette, a sua volta, una coerente visione clinica olistica, bio-psico-sociale e complessa.

Il medico di base svolge, quindi, per i suoi assistiti il ruolo di mediatore di senso e garante della qualità delle notizie. Immagina diagnosi, terapie, prevenzione, prognosi, aggiunge anche fattori relazionali, sociali e valoriali; produce, così, fenomeni emergenti tali da essere ancor più significativi di quelli tecnologici/scientifici. Strutture statisticamente semplici (come le linee guida, gli algoritmi o le procedure) non potranno mai sostituire il medico intrinsecamente coinvolto in una relazione fiduciaria complessa. I fenomeni “rettilinei” forniranno solo elementi facilmente calcolabili da sistemi informatici standardizzati ma, per essere interpretati, richiederanno sempre l’intervento del logos del professionista.

Può capitare che alcuni passaggi interni all’infosfera possano venire danneggiati, e che così trascinino nel guasto sia la componente etica dell’informazione che le persone coinvolte nel processo informativo. La medicina generale è un luogo privilegiato per osservare i danni, in quanto qui le problematiche si fronteggiano direttamente con le relazioni di cura, che richiedono non solo atti clinici ma solidi rapporti di fiducia informata. Chi dirige i flussi informativi dovrebbe essere consapevole di agire su un territorio dove convivono assistiti, professionisti, volontari dedicati, istituzioni ed esiti, a volte molto pesanti, di pregressi processi decisionali. Ogni  ulteriore semplificazione indebita (a fronte di una palese complessità) produce disastri. In effetti, una delle funzioni che il mmg può svolgere per la propria comunità è quella di “riparatore di fiducia” dai danni prodotti a livello gerarchico: sono la prossimità autentica e la testimonianza quotidiana a poter rinsaldare credibilità e speranza. I modelli decisi a livello centrale e governamentale (CdC o fantasiosi modelli esotici perorati ex-cathedra) non garantiranno nessuna vicinanza. Probabilmente saranno lo spirito neo-deontologico e neo-professionale delle nuove generazioni di professionisti delle cure primarie a poter incarnare una specie di etica di frontiera in grado di separare l’oggi dal passato.

A titolo meramente ipotetico immaginiamo che un’Alta Dirigenza Aziendale scelga una modalità informativa irrituale per legittimare scelte di carattere organizzativo assistenziale di interesse per pochi professionisti (es.: forme di telemedicina collegate a ambiti specialistici), oppure che voglia ad ogni costo annunciare un AIL “quadro” (cioè che prepara il terreno, ma che non produce effetti) in assenza del documento sovraordinato nella cascata normativa gerarchica (es.: bozze AIR, per altro prossimo alla formalizzazione); si crea, così, un “vintage d’avanguardia”, ossimoro abborracciato, che disorienta gli operatori e non riconosce la pluralità dei contributi professionali spesi sui temi in questione.

Quando una comunicazione pubblica frettolosa risulta escludente, causa asimmetrie relazionali, indebolisce i rapporti fiduciari e riduce il consenso. In particolare, comunicare insieme a qualcuno significa, implicitamente, comunicare contro o senza altri (delegittimazione silenziosa). La vera leadership non si misura nella vicinanza selettiva ma nella capacità di abitare responsabilmente l’infosfera, riconoscendo la pluralità degli attori e la dignità informativa di ciascuno.

Nell’assistenza sanitaria di base la delegittimazione silenziosa non è mai un atto innocuo, poiché altera la realtà., e la ricerca compiacente di un sostegno ristretto non fa bene a nessuno. Quando il rapporto di fiducia viene compromesso difficilmente può essere ripristinato attraverso un comunicato. Se, inizialmente, il burnout del personale poteva interessare solo qualche individuo, una prolungata mancanza di attenzione può trasformarlo, inesorabilmente, in un fenomeno sistemico.

Da un punto di vista epistemologico una JPG/JPEG (es.: un’immagine digitale di una lesione cutanea) prodotta dall’IA potrebbe anche comprimere la “verità” contenuta nell’immagine originale per risparmio di spazio (pixel). Ci si troverebbe, quindi, non in una riproduzione fedele, ma nel paradosso della verosimiglianza e della coerenza statistica: tecnologia certamente potente, utilissima e plausibile, ma non necessariamente vera (Padre P. Benanti 2025).

Così, la conservazione delle piccole comunità, (es.: mai superiori a 30.000 abitanti per organizzazioni hub/UCCP, come da Decreto Balduzzi mai abrogato, e con un capitale di professionisti dell’AFT funzionale di circa 20 mmg) in condizioni di stress, come quelle attuali che si osservano nei vari Sistemi Sanitari Regionali, è strettamente legata ad una informazione trasparente, non distorta o patologica, ma premurosa, che permetta l'intercettazione precoce di segnali di mutazioni sociali (cliniche ed organizzative), da interpretare nella loro complessità.

Un sistema che pretende di essere iper-manageriale e mega-aziendalistico ma che comunica male è più fragile di un servizio più piccolo, seppur complesso, che comunica bene, cioè secondo l’etica dell’informazione.

Il costo della fragilità del sistema (causata da processi decisionali verticistici) ricade sui nodi periferici del Servizio Sanitario Nazionale che ancora “respirano” (comunità e medicina di base). Recentissimi studi di biologia (Cavallo & d’Ettore 2025; Hu 2025) affermano che la conoscenza, anche istintiva, salva le comunità nei momenti di crisi:. La medicina generale lo sa da sempre, mentre il degrado normativo attuale rigido, verticistico, lineare, prodotto da chi da sempre governa i tanti sistemi sanitari (Conferenza Stato-Regioni, Regioni, Assessorati, Aziende…), sembra non averlo mai capito.

L’autonomia della medicina di base, convenzionata con un Servizio Sanitario Nazionale unico ed unitario, è un prerequisito irrinunciabile per qualsiasi prospettiva di riforma sanitaria.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

Bruno Agnetti

07 Gennaio 2026


Articolo Dottor Bruno Agnetti

Obiettivi incompatibili e alternativi

Gentile Direttore,
nel Suo recente articolo (Manovra e Sanità, QS,7 novembre 2025) si ipotizzava, per il SSN, il rischio di una mancanza di visione. Dal nostro punto di osservazione, periferico, la mancanza di visione non sembra una idea lontana ma una palese evidenza, verosimilmente, immodificabile.

La regionalizzazione della sanità e l’aziendalizzazione, rigidamente ordinate ed inserite in Costituzione, non permettono sostanziali modifiche. Lo “status quo” resta solido in sella in funzione di “ottenere qualche briciola per il proprio silos”. Solo una utopistica procedura parlamentare molto simile, nelle tecnicalità, ad un patto bipartisan potrebbe restituire alla sanità ciò che da tempo invoca. Il contesto, ed in particolare l’assistenza territoriale di base, dovrà però aspettare molto; le normative vigenti ancorate a logiche novecentesche difficilmente riusciranno a rimettere il latte versato nel suo contenitore.

E’ lecito chiedersi oggi se gli esiti delle così dette “riforme” sanitarie Costituzionali abbiano creato, a livello territoriale, un’organizzazione assistenziale di servizio o di sistema. Un servizio sanitario pubblico dovrebbe prestare la massima attenzione alla persona adattandosi agli ambiti professionali e comunitari dei territori, delle aree interne e delle periferie.

Un sistema può essere, invece, molto burocratico dove gli apparati prevalgono sulle persone e l’autoreferenzialità relega in secondo piano i bisogni di cittadini e professionisti. Le gestioni oligarchiche/piramidali difettano in trasparenza e le responsabilità sono labirintiche. Le comunità assistenziali si sentono completamente estromesse dai processi decisionali sanitari che riguardano i loro territori; il “sistema” diventa quindi l’emblema di ciò che impedisce al “servizio” di essere davvero tale.

Le conseguenze bio-psico-sociali sulle operatività comunitarie, gravate dalle asimmetrie relazionali, colpiscono sia operatori che cittadini e sono state studiate, nella seconda metà del secolo scorso, da Christina Maslach. Oggi queste analisi si sono allargate a ulteriori fenomeni, in considerazione dell’imponente influenza determinata dalle nuove tecnologie.

Nell’ultimo ACN (2024) inerente il triennio 2019-2021 (orribilmente confuso e ampiamente superato ma che, tuttavia, ha dato vita ai numerosi Accordi Integrativi Regionali AIR del 2025) non viene menzionata nemmeno una volta la possibilità di una qualche iniziativa “sperimentale” che avrebbe permesso almeno di riconoscere quella minima condizione di autonomia di cui la sanità nazionale necessiterebbe come l’aria che si respira. Nel testo dell’AIR della Regione E-R (2025) il concetto di sperimentazione viene citato 3 volte: due volte per obiettivi meramente funzionali e una volta per promuovere gli incarichi a tempo determinato del ruolo unico, senza però nessuna specifica ulteriore. Risposte minime, quasi insignificanti, che alla fine spostano il peso delle problematiche disfunzionali sanitarie su operatori e assistiti. Le alte dirigenze hanno un “obiettivo non obbiettivo” aziendale (interessato, pre-concettuale e ribadito negli anni): fare cambiare le abitudini sanitarie ai professionisti della prima linea e alle comunità (erogazione e fruizione).

Può essere interessante, dal punto di vista culturale, notare come le strutture burocratiche, pur essendo rigide e per nulla flessibili, siano sempre in grado di ammortizzare e diluire le proprie criticità anche se deplorevoli. Ogni proposta alternativa viene immancabilmente lasciata macerare, controllata nel tempo e nello spazio e infine rielaborata, per poi essere reclamizzata come un nuovo, originale “servizio/offerta” aziendale in grado di generare un bisogno e poi un nuovo consumo. Questo processo, avendo una struttura esperienziale ed intellettuale fragile, il più delle volte condanna il “prodotto” ad un fallimento rapidissimo e all’oblio.

Quanto dureranno, nella sanità reale delle comunità e delle periferie, gli arzigogolati acronimi (MRUAPCS e MRUAPQO) che definiscono i Medici del Ruolo Unico di Assistenza Primaria a Ciclo di Scelta e/o a Quota Oraria?

L’assenza di creatività sperimentale espone la competenza “iper-complessa” del medico di base pubblico e della sua comunità di riferimento a un destino funesto; un sistema che perde la sua coerenza interna si sfalda, annulla tradizioni e cultura, non riesce più a rigenerarsi, mentre il bisogno di una figura di riferimento territoriale autorevole, convenzionato ma autonomo dagli apparati, aumenta sempre più (invecchiamento, polipatologie, ansia, overload informativo…).

Di contro monta un altro fenomeno sociale particolare nei confronti della professione del mmg: le organizzazioni dell’imprenditorialità privata mostrano interesse verso questa figura. Alcune simulazioni, che circolano sulla rete, descrivono programmi di inserimento di una figura esperta, definita “medico della persona” (con funzioni similari a quelle del mmg) all’interno di poliambulatori specialistici. Non desta nessuna meraviglia tutto ciò, in quanto sono anni che le propensioni verso il privato nascono proprio all’interno delle istituzioni pubbliche. Molti alti dirigenti aziendali o regionali, una volta terminati i loro mandati, trasferiscono conoscenze normative ed esperienze pluriennali al settore privato. Anche il welfare aziendale è fondato su relazioni economiche private agevolate, a livello statale, da benefit fiscali ed è normato da accordi tra le organizzazioni sindacali dei lavoratori e le associazioni dei datori di lavoro.

I prototipi privati ipotizzano un “medico della persona” con maggior disponibilità di tempo-visita, esperto nella presa in carico e nella comunicazione, capace di esporre riepiloghi riordinati di esami e referti, di programmare follow-up e di strutturare la prevenzione. I contatti verrebbero semplificati e deburocratizzati. I vantaggi per l’imprenditoria derivano sia da calcoli economici (si immagina 1,5 prestazioni specialistiche annuali generate dal “medico della persona” per ogni assistito ed erogato dal poliambulatorio stesso), che dall’immagine procurata da questa offerta (servizi affidabili, duraturi, di qualità relazionale, attrattivi, di facile accesso…).

Si prospetta, quindi, un annullamento del principio dell’universalità e un incremento delle disuguaglianze (e della conflittualità).

Da una parte si intravede un profitto, mentre dall’altra, cioè nel sistema pubblico, si avverte un continuo impoverimento relazionale e culturale. La stagione delle CdC ha palesato, una volta di più, dove può arrivare la mancanza di rispetto nei confronti delle comunità. I rari coinvolgimenti per i “finti” processi decisionali sono stati rivolti a circoli chiusi, supponenti e nepotistici che non sono mai riusciti a coinvolgere le comunità reali; la considerazione dovrebbe essere la base per la capacitazione dei territori (sostenibilità e compossibilità), vera alternativa al prestazionalismo e al tecnicismo. Non ci sono spiegazioni al fatto che in tanti anni non si sia mai percorso il sentiero delle piccole comunità ristrette. Nemmeno il covid è riuscito ad illuminare le menti.

L’obiettivo delle comunità e dei loro medici di riferimento non sono le strutture in conto capitale (a debito), ma è quello di ridurre al massimo le malattie e di curare/assistere bene le cronicità. Per il privato sono necessarie più malattie. Le aziende e gli apparati producono una infinità di percorsi e norme per giustificare il loro potere burocratico. Sono tre fini tra loro completamente alternativi.

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

19 novembre 2025
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Servizi territoriali post-covid

Medico di famiglia o specialista?

Articolo a cura di Bruno Agnetti

Pubblicato su Quotidiano Sanità il 10 Novembre 2019


10 NOV
 - Gentile Direttore,
il Prof. Ivan Cavicchi  ha affrontato la problematica  scaturita  dall’ipotesi di  affidare al mmg  una parte della “piccola” diagnostica. Questa pensata “Uovo di Colombo … incredibilmente banale”  risulterebbe  finanziata   con 235,834 milioni di euro derivanti però  dal maxi fondo  per l’edilizia sanitaria oggi accreditata di 32 miliardi di euro.
 
Il finanziamento verrebbe  trasferito alle Regioni che decideranno come  applicare norme e incentivi. Il canovaccio rappresenta purtroppo  una profezia auto-avverantesi “deja vu” in quanto la mancanza di una riforma complessiva  e l’inconsistenza della cifra (circa 11 milioni per regione)   non può che esitare in bilanci per nulla edificanti: esperienze locali  imbarazzanti di diagnostica generalista; informatizzazione incompleta delle aggregazioni dove infermiere e segretarie non vengono rifornite di strumentazione e programmi; edilizia  sanitaria tipo “Case della Salute”  che creano gravi  differenziazioni/disuguaglianze  professionali e assistenziali sconcertanti;  paletti e limitazioni  di accesso a fondi con criteri detti “meritocratici” che alla fine   favoriscono  i soliti auto referenziati  pochi noti;  semplificazione  grossolane atte ad offrire opportunità di business  a qualche organizzazione cooperativistica  non priva di conflitti di interessi.

La  Medicina di Base di questi anni ha vissuto numerosi episodi sconfortanti collegati ad iniziative incentivanti che hanno mortificato dedizione e meritorietà. Se si frequenta  una sala d’aspetto  di un mmg ci si  rende conto  di come sia enorme l’afflusso di assistiti, la maggior parte anziani, con poli-patologie croniche e  problematiche socio-sanitarie sempre più complesse,  che considerano  il medico di famiglia uno degli ultimi   servizi  di welfare sanitario gratuito e di libero accesso. 

I dati  dimostrano una attività professionale oltre  al limite delle possibilità. In media  possono essere servite circa 35 persone al giorno per medico:   se  il professionista  opera in una medicina di gruppo, es.: composta da 5 medici,    gli assistiti che accedono alla consultazione  diventano  in totale 175 al giorno, 875 la settimana e 3.500 in un mese ( 42.000 all’anno!). 

Ha  comunque ragioni da vendere  il Prof. Cavicchi quando sostiene  che una vera riforma, anche nella diagnostica generalista,  deve prevedere alla base il concetto dell’integrazione/cooperazione multiprofessionale ma anche multidisciplinare e multisettoriale, unica modalità operativa che permette di affrontare  seriamente  le necessità  assistenziali territoriali.

Con organizzazione in team di  mmg di AP e di CA, specialisti territoriali ed ospedalieri,  servizi, infermieri, assistenti sociali, società civile e volontariato, imprese generative … il processo diagnostico sarà veramente valido e “refertato”, produrrà appropriatezza prescrittiva e  assistenziale, risparmio, riduzione dei ricoveri impropri e formazione/apprendimento radicato.  

Ogni attore farà  la propria parte senza inutili sovrapposizioni ed invasioni di campo. Più volte  sono state indicate le road     map   da percorrere per affrontare  in modo più strutturale ( paradigmi post-moderni e nuovi modelli di welfare con caratteristiche distintive a favore delle comunità) le note  criticità   diventate   emergenze  che si sommano quotidianamente ad  ulteriori emergenze.

Sembrano però  insormontabili  le gravi impreparazioni istituzionali  nell’ interpretare le vertiginose  modifiche sociali e sanitarie in atto. Il Golem della medicina   “amministrata” è un   “iper-oggetto” che  condiziona  in modo unilaterale e stucchevole   una gran  parte  delle  scelte  che sono  sempre  più  scollegate (es.: conferenze socio sanitarie territoriali) dal bene comune e dalla complessità delle collettività. La contrazione spazio-temporale e la società in forte  modificazione  oltrepassa in velocità le istituzioni   e  genera  “sua sponte”  sperimentazioni  autonome ed indipendenti dalle incertezze  regressive  delle istituzioni  pubbliche :  in alcune città come Milano, Brescia e  nella  stessa Bologna  sono  già nate forme di servizi di medicina generale o di base privatizzati !   

Woncaè l'organizzazione internazionale dei medici di famiglia  e ha titolo per definire  cosa sia e cosa debba essere la  medicina di base ( caratteristiche, competenze costitutive, aree di attività ed elementi fondanti). La medicina basata sull’esperienza, peculiarità del mmg,  e sulle evidenze utilizza ovviamente la   tecnologia ma anche storici metodi per formulare diagnosi e  suggerire cure. 

Queste modalità situazionali  diventano fondamentali  per favorire una copertura universale, per affrontare i rischi per la salute e per  rafforzare i SSN  soprattutto se si opera in team  (G 20, Okayama, 2019) in quanto l’attività territoriale dei mmg è sempre più complessa.

E’ per questo che  non servono  approcci dilettantistici ma modelli (investimenti) veramente in grado di  disegnare un riordino delle cure primarie (team)   capace di sostituire vantaggiosamente  il defunto welfare state.

Altri disegni pregressi annunciati come rivoluzionari per  l’intera   assistenza  primaria  hanno  dato luogo a fallimenti professionali e assistenziali.  In alcune regioni definite “esempi di eccellenza”  la medicina  generale di base è praticamente evaporata. 

Maldestre e continue  imitazioni (welfare aziendali)   dell’originale (welfare di comunità) alla fine  portano   disuguaglianze, inappropriatezze  ed    incrementato della percezione di assenza del  SSN e  di inutilità delle istituzioni sanitarie  regionali e locali.   

Le strumentazioni tecnologicamente  avanzate possono certamente permettere anche ai mmg  di porre ipotesi  diagnostiche  (a volta generati  anche automaticamente da sistemi esperti) e di formulare  “pareri di primo livello” ma  non referti specialistici! 

Sarebbe oltremodo opportuno  che tutto ciò venga  regolato,  secondo il principio del processo decisionale  completamente affidato ai mmg,  all’interno delle  aggregazione (es.: AFT/NCP-UCCP ) in  “favore dei colleghi” che richiedono questo tipo di aiuto in  spirito di colleganza  e reciprocazione garantendo così  efficacia assistenziale di prossimità ed eliminazione di   derive orientate alla creazione di ruoli/incarichi aziendali  remunerati  per i  soliti  pochi noti ben auto-referenziati.  

Occorre comunque   operare con molta prudenza considerati i dati relativi al carico di lavoro dei mmg e   il pericolo  che ulteriori  incombenze riducano  il tempo  da dedicare  ad attività  olistiche e generalistiche  (wonca)  creando così   paradossalmente  liste d’attesa …  in medicina  generale !

Bruno Agnetti
CSPS (Centro Studi Programmazione Sanitaria)
FISMU (Federazione Italiana Sindacale dei Medici Uniti )
Regione Emilia-Romagna

10 novembre 2019
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