AIR. il rumore delle parole

AIR: il rumore delle parole

Gentile Direttore,
nella regione Emilia-Romagna (E-R) è stato ufficialmente siglato, da qualche giorno, l’AIR (Accordo Integrativo Regionale) con la medicina generale. Per tanto tempo questa regione ha diretto la Conferenza Stato Regioni ed in particolare ha indirizzato la Commissione Salute della Conferenza stessa. Ruolo estremamente importante in un assetto legislativo che vede, nella modifica costituzionale del Titolo V, l’elemento primario che spiega la lenta involuzione della sanità italiana, soprattutto territoriale, dal 2001 ad oggi.

L’impianto culturale sanitario storico dell’E-R e la sua rilevante influenza sulle altre regioni sono comunque rimaste sostanzialmente invariate nel tempo. Per questi motivi, l’AIR è un documento meritevole di un’attenta riflessione anche da parte di un'associazione che svolge un'azione di volontariato a supporto alla medicina generale di quartiere. La prima lettura del testo, di ben 92 pagine, è macchinosa, strutturalmente complicata, debole, a volte fragilissima, sul piano epistemologico contemporaneo.

I temi dell’elaborato sono numerosi ma tutti legati da un filo prescrittivo rigoroso. Emerge una visione di sanità orientata in senso aziendalistico-industriale di mercato, di profitto, neoliberale ed economicista cioè un “sistema”. Un “servizio” si occuperebbe ben di più di relazioni (sociali, tecnologiche, ambientali), di compossibilità e tenterebbe di redigere un progetto sanitario assistenziale valido e contestuale almeno per il medio periodo. L’articolato, invece, contiene una moltitudine di indicazioni amministrative che non puntano ad un obiettivo futuro, ma annullano il pensiero complesso e lasciano a terra un mucchio di parole sdrucciolevoli che fanno solo rumore.

Numerose sono le sigle, le formule, le procedure apparentemente nuove ma che, in realtà, non generano effettivamente conoscenza. Emblematica è la riesumazione degli acronimi AFT (Aggregazione Funzionale Territoriale) e UCCP (Unità Complessa di Cure Primarie), inseriti per la prima volta nel quadro normativo dalla Legge Balduzzi (2012) e oggetto, oggi, di importanti manipolazioni che li rendono diversi dall’impostazione originale (L’importanza di essere referente di AFT”, QS 29 gennaio 2026). L’AFT, affastellata di nuove incombenze e regolamenti, non è più un'espressione culturale di una comunità professionale ma è un algido dispositivo amministrativo che pretende il sacrificio del monitoraggio assillante.

In effetti gli indicatori e le misurazioni sono il nuovo mantra declamato ai professionisti come essenza dell’assistenza territoriale. L’obiettivo principale qualificante è la quantificazione. Che fine avranno fatto la salute, i criteri di riferimento della professione, i valori ed i principi della medicina generale territoriale? Già è complessa la definizione di salute/benessere o quella, ontologica, di cura/prendersi cura, ma l’Accordo si propone solo di valutare l’operato dei medici sugli esiti dimensionabili e sulla stabilizzazione della variabilità quando, nella realtà, i condizionamenti che provengono dalla galassia delle variabili bio-psico-sociali, strutturali-organizzative e tecnologiche non possono, per nulla, essere controllate dai professionisti (che abitano comunque quotidianamente la complessità).

Un argomento proposto come inconfutabile è quello della necessità di una disponibilità continuativa professionale tale da diventare una semi-reperibilità. Si assume come certo il fatto che le persone esigano un'attività di medicina generale di base H24 e 7giorni su 7 ovunque e comunque. E’ palesemente un preconcetto fondato su un equivoco che l’Accordo non aiuta a dissipare, anzi. Le emergenze e le urgenze hanno già ora servizi dedicati che operano H24: PS, 118, Continuità Assistenziale (Guardia Medica), CAU. La strutturazione dell’assistenza territoriale ha subito, nel recente passato, numerose modifiche (razionalizzazioni aziendali). Oggi non solo aumenta la popolazione anziana in buona salute ma è in atto il fenomeno sociale, ancora lento, inatteso, ma significativo, di rivitalizzazione delle aree interne a causa di scelte di vita alternative alle città, alle metropoli, ai costi della vita e delle case, alla insicurezza. Qualche pregresso processo decisionale unilaterale dovrebbe essere rivisto.

Nessuno domanda al medico di base di sostituirsi ai presìdi H24, le persone desiderano piuttosto una relazione che funzioni. Non qualcosa di quantitativo ma di qualitativo, professionale, solido, riconoscibile, affidabile e fiduciario. Capire cosa voglia dire davvero “guarire” non è affatto semplice. Gli assistiti non chiedono al medico di base l’illusione della diagnosi perfetta, ricette immediate, accessi infiniti, ma spiegazioni, indicazioni, criteri comprensibili, quando preoccuparsi, oppure attendere o se agire. La maggior parte dei cittadini ha bisogno di sapere chi è il “proprio” medico (sia sufficiente ricordare quale senso e significato possa avere un'assistenza domiciliare ad altissima competenza relazionale e bassa necessità tecnica, come avviene in caso di cure palliative in particolare in ambienti rurali o periferici, disagiati o disagiatissimi). La gente vuole essere riconosciuta, vuole contare su una guida competente che li affianchi nel tempo; è un'esigenza caratteristica di un'educazione sanitaria matura e consapevole, e non va considerata un capriccio consumistico o irragionevole.

La medicina generale territoriale nasce (1978) sulle basi del rapporto fiduciario e non su un sistema H24, Hub o Spoke, con medici a mezzo servizio (mezzi medici?) tra ambulatorio, strutture distrettuali e funzioni che riflettono bisogni aziendali (38 ore). I documenti istituzionali disegnano il professionista come “qualcosa” di elastico, adattivo, continuamente riallocabile. La conseguenza è quella di pubblicizzare una continuità astratta che ignora la discontinuità della vita. Le CdC, la AFT, le UCCCP, i CAU, l’EQUIPE, gli OSCO ecc. non funzioneranno mai se “i cittadini non sanno cosa sono, a cosa servono, quando e come rivolgersi a queste strutture” (L.Fassari, QdS, 13/02/2026).

Il cosiddetto ruolo unico promette semplificazione. In realtà realizza un'inflazione di funzioni per il professionista: clinico, turnista, operatore strutturale, gestore della cronicità, surrogato dell’urgenza. Tutto nella stessa persona, nello stesso tempo, con le stesse tutele di prima. In questo caso la professionalità non viene integrata, ma tanto diluita che può evaporare. Il concetto stesso di équipe è presentato in modo molto disordinato: il termine, dal punto di vista etimologico, si riferisce ad un gruppo di lavoro che è e deve essere sempre uguale, come capita nell’équipe chirurgica. Nel territorio non si affrontano malattie ma problemi, un sottogruppo (team?) operativo può cambiare di volta in volta a seconda della situazione (può essere necessario inserire uno specialista, o un altro clinico, un tecnico oppure un volontario). Ogni intervento di questo tipo deve, per forza di cose, avere un leader che, pur essendo un “primus inter pares”, abbia il ruolo di comporre un'ipotesi diagnostica iniziale, un programma assistenziale di massima e che sia il responsabile dell’attivazione/firma del “contratto assistenziale” (es.: assistenza domiciliare di III livello).

Concludendo, l’AIR è formalmente impeccabile, non sbaglia ed è sempre coerente con se stesso. Nondimeno riduce la professione a prestazione e la complessità ad un flusso protocollare, il medico sembra una variabile tra le tante. Per i professionisti si tratterà di resistere in attesa di riforme illuminate da paradigmi della complessità, criteri di riferimento professionali ed etici, autonomia esercitata all’interno di un Servizio Nazionale unico ed unitario.

I documenti, una volta siglati, restano perché, a differenza delle persone, gli ACN o gli AIR o gli AIL non si stancano mai.

Non è necessario che tutti gli acronimi contenuti nell’elaborato vengano compresi. Il cittadino non è il destinatario del linguaggio dell’Accordo, forse nemmeno i medici sono i destinatari finali. La cosa importante è che vengano proclamati e poi applicati meticolosamente, perché non è importante comunicare, far comprendere o incentivare (anche i benefici economici piano piano svaniscono), ma governare.

A questo punto si rende inevitabile una domanda: chi scrive materialmente questi testi? Si può anche ammettere che vi possa essere un “sapere infrastrutturale”, una specie di agenzia che sostenga sistemi pubblici ad elevata articolazione organizzativa, tuttavia il problema nasce quando, come è capitato per il concetto europeo di “prossimità”, le conoscenze di supporto si trasformano in un orizzonte unico (es.: CdC) dove “un solo modello” condiziona l’intero processo decisionale. Così il sistema degli indicatori funziona perfettamente, ma fatica a riconoscere ciò che non rientra nelle metriche (es.: aggregazioni territoriali eccellenti figlie di un dio minore ma diverse dalle CdC, il tempo assistenziale, l’esperienza, l’umanesimo, l’umanizzazione e il senso stesso del curare/prendersi cura).

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

Bruno Agnetti

23 Febbraio 2026

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Quando la CdS perde l'indirizzo

Quando la CdS (o altre forme di aggregazioni territoriali dei mmg) perde l’indirizzo

Gentile Direttore,
si suppone che, secondo le buone pratiche, i contributi inviati a QS evitino fatti eccessivamente campanilistici, per non rischiare di appesantire testi e riflessioni con il pericolo di annoiare i lettori. Nondimeno alcuni importanti commentatori descrivono, di tanto in tanto, temi alquanto circoscritti a territori specifici. Si conceda, pertanto, alla nostra associazione, votata per statuto al supporto e al sostegno della medicina generale territoriale e dei mmg di quartiere, considerati bene comune per una comunità, qualche digressione dalla prassi più virtuosa, al fine di poter ragionare su un'informativa (molto locale) relativa all'organizzazione assistenziale territoriale (trasferimento di una Casa della Salute, sita in un quartiere della città, all’interno del perimetro dell’ospedale).

Sembra che, in men che non si dica da quanto annunciato dai media locali, vengano portate al macero un'infinità di scritti e dichiarazioni enfatiche sulla territorialità delle cure primarie riportate nelle recenti norme, nei decreti, negli ACN, AIR e AIL. Anche la macchinosa interpretazione del documento Next Generation UE (che ha causato, nel testo nazionale del PNRR, la mitizzazione delle Case della Comunità) alla fine è arrivata a stravolgere il meritevole concetto di “prossimità” realizzabile in numerose modalità diverse, imprigionandolo in un’unica impostazione rigida.

Un certo conformismo ideologico su questo tema ipotizzerebbe, come particolarmente conveniente, il progetto di trasferimento di un'aggregazione professionale ed assistenziale dal territorio all’ospedale. Un così lungimirante trasloco potrebbe dare luogo, secondo le alte dirigenze ausl, a significativi benefici professionali e assistenziali grazie alla contiguità con servizi specialistici, laboratoristici, diagnostici presenti in una struttura ospedaliera.

Com'è stato ideato, ad esempio, per i CAU collocati talmente a ridosso dei PS da essere spesso considerati, nelle aspettative dei cittadini, come autentici PS, nulla vieta che una CdS/CdC in ambito ospedaliero possa farsi carico anche di un possibile Ospedale di Comunità o di un Hospice “interno” (strutture considerate in origine, appunto, territoriali).

Dunque, sorgerebbe spontanea una domanda: perché non offrire questi considerevoli vantaggi anche ad altre Medicine di Gruppo, CdS, CdC, così da non creare, per l’ennesima volta, discriminazioni o differenziazioni assistenziali e professionali di serie B?

In un nuovo “alieno” assetto organizzativo del tipo già menzionato i servizi ospedalieri deputati all’acuzie si troverebbero addirittura fuori dall’ospedale e, al contrario, la produzione delle cure primarie sarebbe situata all’interno del perimetro nosocomiale!

Dal punto di vista epistemologico la territorialità assistenziale non va considerata come una periferia dell’ospedale, ma come qualcosa di sostanzialmente diverso proprio perché è un sistema vivente-sociale con logiche sue proprie. Non è un contenitore inanimato, ma un campo relazionale unico, come può esserlo un campo quantistico che “vibra” di particolarità, percorsi di vita, fragilità più o meno espresse, micro-equilibri sociali: è una complessità, non una semplificazione.

Culturalmente e scientificamente è errato ipotizzare che una CdS possa essere una “scatola” per erogare prestazioni più facilmente, perché la professionalità territoriale è soprattutto un sistema orizzontale di condivisioni di conoscenze. Soltanto questi complessi ed imperfetti elementi conoscitivi, dovuti ad imprevedibili fattori emergenti bio-psico-sociali, permettono la realizzazione della presa in carico di vicinanza. Una CdS, o qualsiasi aggregazione di mmg inserita nell’ospedale, comporta invece un cambio di senso e di governo clinico-territoriale della prassi delle cure.

Secondo le riflessioni di Vittorio Pellegra (2026), certi processi decisionali verticistici potrebbero essere vissuti come esercizi di autorità unilaterali.
Anche l’economista A.O. Hirschiman (1915-2012) aveva studiato le forme procedurali autoritaristiche proponendo soluzioni molto suggestive (uscita, protesta, lealtà), ma di difficile realizzazione pratica. La filosofa Elisabeth Anderson ha sostenuto, a sua volta (2017), che certi comportamenti agiti nelle istituzioni pubbliche provocherebbero condizioni nelle quali i processi decisionali verrebbero sempre più sottratti a meccanismi di condivisione e confronto.

In queste condizioni sociali si può osservare, paradossalmente, un singolare fenomeno di adeguamento passivo (conformismo) messo in atto da cittadini ma, a volte, anche da alcuni professionisti, causato in particolare da due fenomeni sociali: una profonda stanchezza psicologica, associata ad una mancanza di speranza (Byung-chul Han, 2020) e al fatto che ogni forma di potere gerarchico è in grado di presentarsi in modo affabile e quasi senza nessun segnale di violenza (Byung-Chul-Han, 2019).

Ancora più esplicita è stata Anderson quando, nel 2023, ha affermato che alcuni assetti iniqui potrebbero dirottare la così detta "etica occupazionale" addirittura contro gli operatori stessi, trasformando la disponibilità in dovere, il sacrificio in norma e la subordinazione silenziosa in virtù. Gratuitamente.

Nonostante ci si occupi di “Roba minima” (QdS, 05 Dicembre 2025), si può osservare come, proprio nelle periferie, la struttura decisionale piramidale si concretizzi con estrema facilità, snaturando tempi di cura, qualità dell’assistenza, comunità di professionisti delle cure primarie e cittadini a causa del continuo incremento di carichi burocratici e del mantenimento di silenzi decennali su pratiche discriminatorie. Tutto ciò potrebbe configurarsi in un ulteriore arretramento culturale funzionale alle esigenze neoliberali amministrative che trasmettono testi normativi sostanzialmente inapplicabili.

 

Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV

Bruno Agnetti

06 Febbraio 2026

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Artistica-Mente

Artistica-Mente: l'osservazione meditativa di un'opera d'arte come esperienza non solo estetica, ma anche di benessere psico-fisico

Venerdì 27 febbraio 2026 si terrà dalle ore 17:00 alle 18:00, presso la Sala d’attesa dell’Ambulatorio San Moderanno (in via Trieste 108/A - Parma), il 6° incontro sulla pratica di "Prendersi cura con l'aiuto dell'arte". In quest'occasione, la Comunità Solidale di Parma (CSP) e l'Ambulatorio San Moderanno invitano a riflettere sull'arte come un qualcosa che non si esaurisce in una semplice esperienza estetica, ma che risulta invece capace di una funzione terapeutica per l'essere umano.

Anche a Parma la bellezza artistica è così diffusa, a tal punto da risultare, a volte, inavvertibile. Può capitate di passare in piazza Duomo e non accorgersene… E’ il paradosso dell’abbondanza. Per molti sarebbe una meraviglia, per chi vi abita, invece, può essere un contesto pressoché invisibile che non si sa leggere; capita, quindi, che si possa perdere proprio l’azione curativa e terapeutica che l’arte può agire sull’animo umano.
Cerchiamo insieme l’attenzione, la lentezza e la consapevolezza simbolica per aumentare il benessere singolo e della comunità.

L'appuntamento si terrà, anche in questo caso, in orario di normale attività assistenziale ambulatoriale.

L'evento è organizzato da Comunità Solidale Parma (CSP), FIDAPA (Federazione Italiana Donne Arti Professioni e Affari) e l'Associazione Italiana Donne Medico sezione di Parma.

L'arte che cura - 27 febbraio